Una recensione di Edoardo Penoncini per “Le bambine” di Zena Roncada

Se dovessi inserire un esergo a questa breve presentazione sceglierei una annotazione del 10 dicembre 1938 dal Mestiere di vivere di Pavese:

«L’infanzia non è soltanto l’infanzia vissuta, ma l’idea che ce ne facemmo nella giovinezza, nella maturità, ecc. Per questo appare l’epoca più importante: perché la più arricchita dai ripensamenti successivi” (10 dicembre 1938) e la completerei con le parole di Zena da un post pubblicato il 10 dicembre 2019 nella sua pagina facebook: «Vivere tutte le proprie età significa continuare ad avere il cuore ingombro di passioni: riviversi ogni giorno da persone intere, incantarsi, provare meraviglia di fronte alle cose, alle parole e alle persone: lasciare accese le luci, anche quelle di casa, per vedere il bello che c’è nella realtà e ritrovare la dolcezza in qualsiasi cosa».

Ma dove eravamo rimasti?

14-04-2014 la presentazione di Margini. Storie di donne e uomini senza storia, 17 ottobre 2016 quella di Qui come altrove il. Eravamo rimasti all’umano di un mondo sostanzialmente di adulti con lo sfondo privilegiato del fiume, il Po, con qualche scappatella verso la città o la riviera romagnola. La vita delle persone di un borgo che ci veniva restituito intatto dalla penna della Roncada. E cosa si può fare con una penna se non scrivere parole? Quelle parole che, scriveva Heidegger, «non sono parole per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare».

Nella presentazione di Qui come altrove avevo letto una poesia di Fabio Franzin, Daaseménzha dei sésti, dove il poeta di Motta di Livenza ci ricordava che «L’è dai sésti che nasse ‘e paròe», e a quella poesia ho ripensato leggendo le righe conclusive dell’ultimo racconto “sinottico” (Sinottiche perché l’ultima è “fuori catalogo” come appendice e ben più lunga delle precedenti ventinove), La bambina della vecchia con la sporta, «Capì che le parole sono gesti: possono far felici, come un regalo mai aspettato, mai richiesto».

Avvicinarsi alla scrittura di Zena Roncada è un mettersi alla finestra, osservare il passaggio e contemplare il paesaggio grazie a uno stile sempre lieve, pulito, un lessico preciso che restituisce il sapore e il valore del ricordo, individuale e collettivo, insegna i mestieri, le piante, i fiori, la gente nella quotidianità con i suoi tic e le minutaglie; lo specchio nel quale ci osserviamo e ci perdiamo, non ci disperdiamo, perché le bambine della Roncada sono una compensazione a ciascuno di noi per quel tralasciare ciò che è sempre stato il tesoro della nostra esistenza, l’affetto per le cose che discende dagli affetti più grandi, perché le cose erano la bambola di pannolenci, il chiosco “sull’orlo del sagrato”, la bottega dei semi e tutte quelle cose ingoiate oggi dai centri commerciali o rimaste vive solo nel ricordo.

Bisogno di nostalgia, allora, la silloge di Roncada? No, piuttosto direi un invito a scoprire oggi l’infanzia per i suoi bisogni, il diritto all’attenzione, alla condivisione, all’accompagnamento verso il futuro, perché le bambine che incontriamo nella silloge sono tanti tratti di umanità spensierata, nella durezza, sì, della vita vissuta ma con un cielo azzurro che si apre davanti agli occhi, senza l’improbabile mito dell’effimero che annienta oggi tante infanzie.

Ma cos’ha la scrittura della Roncada di tanto speciale? Nulla, verrebbe da dire, ma è nulla la discrezione, raccontare sottovoce, la semplicità, l’assenza della banalità? Sono parole sobrie quelle che leggiamo, parole che comprendiamo subito, costrutti lineari senza sospensioni e incidentali a distogliere l’attenzione, poi… poi la sonorità, è una prosa che canta.Si legga l’incipit del racconto d’apertura, La bambina della bottega dei semi, nelle prime 12 righe abbiamo 5 periodi costituiti da 11 endecasillabi, 2 settenari, 2 decasillabi ipermetri e un dodecasillabo, e se vogliamo uscire dalla conta delle sillabe, ecco un esempio dove comunque ogni parola suona: «La svegliò il silenzio, quello fermo e compatto della notte fonda, quando la civetta non sfrangia più le ore e nella strada non gira il grido della luna». (La bambina dello spirù)

A volte si suole dire che la scrittura è un dono, certo madre natura qualche dono ce lo fa, ma la scrittura è un dono che ci fa solo la lettura e l’esito in Zena è frutto di centinaia e centinaia di buone letture, lasciandosi scientemente rapire, fagocitando tutto, mescolando e restituendo tutto con un proprio stile. Ecco cos’ha di tanto speciale la scrittura di Zena Roncada, è una scrittura sempre viva, una sonorità interiore che ritorna ricordi e immagini, profumi e sorrisi. Sedimenti depositati in un luogo, isotopici verrebbe da dire, e riemersi, magari, in un giardino pensile nel quale entrare con tanti angoli di lettura e di scrittura da dove Zena ci restituisce quello che avevamo seppellito nei meandri del nostro povero e anche un po’ cupo presente. 

La narrazione si trasforma in descrizione con cadenze metriche,il trasporto “retorico” induce il lettore a far propria l’onda e a cullarsi dentro un miele sempre più dolce. Una sintassi che non ingarbuglia, limpida, come il lessico con qualche licenza in dialetto: brisa, bugàdi, con qualche regionalismo, gibigiana, slentare e sgrisolare, e non manca qualche neologismo (pianellare, indistinguere), come le descrizioni così precise, così ricche e arricchenti, si pensi alla varietà dei fiori delle piante degli animali.

Poi l’inserimento delle citazioni di filastrocche: « Manina bella manina, cos’ hai mangiato stamattina?…» (La bimba dello spirù, le canzoni (Amapola«la sfinge del mio cuore sei tu sola», Maria la O «tu mi fai sognar» ne La bambina nella sala, figlia di «un padre che non c’era e non si sapeva e dei silenzi in casa», mapiena d’ammirazione quella sera mentre «Sua mamma ballava e non sapeva nulla» delle maliziose risate degli uomini: «Era così bella e giovane, sua mamma»;oCampagnola bella tu sei la reginella che «alla piccolina sembrò il canto delle sirene» in chiusura de LeBambine del mare e del libro. E se l’incipit del salmo 42: «Come cerva che assetata/ brama l’acqua di un ruscel,/ così l’anima turbata/ con speranza volgo al ciel», inno della chiesa valdese, dove la cerva che cerca l’acqua è l’anima angosciata che cerca conforto in Dio, apre il racconto La bambina della Morgana, con il nonno che entra canticchiando nella bottega, il racconto si chiude col buio in attesa dei burattini mentre la fisarmonica accompagna le parole “pagane” di una breve poesia con Fagiolino che, con il conforto della Fata Morgana, potrà accorrere per la libertà della principessa: « La fata Morgana/ sarà a te vicino,/ nessuna tema/ mio buon Fagiolino…»

E quei sottesi richiami che ci svelano gli anni di quelle bambine oggi, se pensiamo al riferimento del governo Tambroni o quel periodo quando le mimose erano «roba rossa, troppo rossa» per la signora della villa, solo gialla per l’innocente bambina: «Ma la mimosa è gialla!!!, disse la bambina. La mamma le mise una mano sulla bocca».

Le bambine di questa raccolta non sono quelle di Fine dell’infanzia montaliana «in cui le nubi non sono cifre o sigle/ ma le belle sorelle che si guardano viaggiare/… nell’età illusa», qui c’è l’età della curiosità, della sorpresa, della magia, dello stupore, della meraviglia, dei desideri, delle infrazioni, del pudore, della vergogna per una piccola bugia e del pentimento che nasce dentro, della paura del buio, dell’immaginario animale e di quelle che oggi diremmo false notizie, ahimè con pompa anglica.

Nel racconto Le bambine del cimitero (e chiudo) è emblematica la bambina che trasgredisce, una finestra su quell’infanzia di giochi inventati «senza paura alcuna… solo col disagio, che grattava al fondo, di una bugia a metà» dentro un cimitero (dove «cosa mai poteva accadere di cattivo?» che richiama tanto il «giocavo ignaro» di Saba nel sonetto Alla mia nutrice (secondo testo del Canzoniere, ediz. I Meridiani, p. 18) Saba: «Qui – mi sovviene – nell’età primiera,/ del vecchio camposanto fra le croci,/ giocavo ignaro sul far della sera».

Si potrebbe andare più lontano con gli accostamenti, le allusioni soffuse, eppure oggi dove non solo in “altri mondi” l’infanzia viene negata, la Roncada ci ha dato un vademecum per riportare l’infanzia, le sue cose, i suoi gesti e le sue parole, alla naturalezza e spontaneità degli affetti, al donarsi ai bambini negando l’imperante filosofia del do ut des, restituendoci, per dirla con Pavese, “stampi di un’infanzia”.

Edoardo Penoncini è poeta, docente di Storia e Lettere, critico letterario. Per maggiori informazioni: http://www.edoardopenoncini.it/#Homepage

Zena Roncada ha pubblicato per Pentagora: Margini e Le bambine