Di Davide Costa

Elisabetta Cacioppo e Massimo Tafi dissotterrano storie e le offrono ai lettori. Più interessante e inusuale: usano le lapidi come tarocchi per raccontare qualcosa dell’Italia, di sé e anche un po’ di loro. Forse l’analogia con il grandioso ‘Castello dei destini incrociati’ non dovrebbe eccedere un breve ma suggestivo moto del pensiero. Tuttavia è molto intrigante leggere ‘E serbi un sasso il nome’ tenendo presente il lavoro di I. Calvino. Per un lettore attento, seguire i viali dei cimiteri battuti dagli autori è un laborioso ma stimolante esercizio speculativo: un tracciato, tra i tanti possibili nella molteplicità combinatoria, unisce le scelte degli autori. Alcune lapidi sono familiari, punti fissi dell’itinerario su cui si tesse la rete delle altre lapidi di fronte alle quali i due hanno scelto di arrestarsi (non sapremo mai di fronte a quali altre il passo ha esitato o quelle che, rese irrilevanti dagli autori nonostante la preponderanza numerica, sono state oltrepassate senza esitazione). Così come gli autori scelgono di soffermarsi o ignorare, la morte attenua i tratti di carattere non essenziali dei defunti e fa spiccare le virtù simboliche, o i difetti. Insomma la morte cancella gli uomini e distilla archetipi. Per questo ci si può servire dei sassi per raccontare la propria idea del coraggio, del valore e della meschineria da una parte e delle nostre storie personali dall’altra (proprio come fece Calvino). È quindi interessante cercare di immaginare gli autori attraverso le loro scelte, così come certi oggetti della scienza sono definiti dagli effetti che producono più che per le loro proprietà intrinseche, o meglio queste ultime sono inferte dai primi. Una parte abbondante dei defunti scelti sono vissuti tra le due guerre o ne sono stati sfiorati in un modo o nell’altro; sono molti meno quelli coevi agli autori, peccato. Ma drammi come le guerre cominciano già quell’opera di levigatura delle personalità poi completato dalla morte, come si diceva sopra; quindi le lapidi di guerra restituiscono immagini particolarmente vivide e questo rende il risultato di questo lavoro particolarmente brillante.

Il linguaggio, non del tutto omogeneo, lascia trapelare due stili: un registro nostalgico, decisamente intimo, e uno più assimilabile al parlato scritto della cronaca giornalistica, quel modo orale che rende la lettura dinamica ma a volte risulta un po’ affettato. Nel complesso il libro si legge senza intoppi, con facilità, senza mai suscitare il minimo sospetto che si stia perdendo il proprio tempo, anche perché è stato confezionato da mani erudite ed è ricchissimo di suggerimenti per ulteriori approfondimenti storici.  Infine, un lettore un po’ voyeur, non può resistere alla tentazione di immaginare in controluce la storia degli autori, non solo le loro storie individuali, ma quella che hanno condiviso nel preparare questo libro. Il tempo trascorso insieme, il bel girovagare. Difficile non ipotizzare, anche con una certa invidia, le discussioni concitate, toast e tramezzini in città, lunghe attese, a volte un buon pranzo fuori porta, un paio di bicchieri di vino. E poi i delicati ‘negoziati’ sulla stesura (scrivere a due un libro inevitabilmente intimo deve essere ancora più difficile che scrivere soli), i dibattiti sullo spazio da lasciare, appunto, al metaracconto di questa peregrinazione, completamente assente nella maggior parte dei brevi capitoli, talvolta fatto intuire, altre volte esplicito. Differenti approcci e variazioni che ricordano l’andatura di un dialogo (e fanno immaginare qualche divergenza passeggera e senza importanza). È doverosa una menzione particolare del racconto che chiude il libro, il più delicato successo dei due tombaroli: se alcune delle storie sono ricercate (e quindi trovate nella sterminata collezione di personaggi di cui dispone la morte), in questo caso la sensazione è proprio che i due investigatori, inciampati in un sasso davvero particolare, siano stati incuriositi e siano riusciti, ingannando le parche, a riunire i capi del filo per risalire fino alla vita della defunta. Davvero un bell’inchino.

Davide Costa è nato a Genova, vive e lavora a Parigi dove si è laureato in fisica. Lavora presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Si interessa di scienza e letteratura. Soprattutto scrittori dell’800 francesi e russi. E naturalmente saggi scientifici