Renzo Garrone

Restiamo a casa, ovviamente, per l’emergenza sanitaria. Dobbiamo, quasi tutti.

Ma per molti anche stare a casa non è così facile. Vi sono paura, ansia, angoscia, ipocondria. I mille timori, giustificati, per il lavoro sospeso che si rischia di perdere, per sé stessi e i propri cari.
Un po’ più nel profondo, inoltre, la diffusa inadeguatezza rispetto al bastare a se stessi. Anche chi fisicamente sta bene, i non contagiati, in questa situazione sperimenta le sue difficoltà, pur magari non dandolo a vedere. Vi sono già i più sfortunati oppure gli oberati di troppe responsabilità, su cui è doveroso concentrare preoccupazioni e aiuti: quelli che stanno peggio e vanno in ospedale, il personale sanitario che li cura facendo del suo meglio, tutti coloro che in settori vitali devono continuare a lavorare anche per il resto della popolazione (la filiera alimentare per esempio), e rischiano ogni momento un contagio cui invece potrebbero più facilmente sfuggire.

Intanto però, tra chi resta a casa, latente è spesso l’inquietudine. Per come siamo abituati a vivere, in primis, il rapporto con il prossimo è emotivamente vitale: ma adesso viene fortemente limitato. L’uomo è un animale sociale, si scalda e quasi urla uno scrittore alla televisione perorando il concetto. Come mi manca il mio piccolo lavoro, confessa più umilmente in una chat con la mia compagna il barista presso il quale facciamo colazione ogni mattina. Acuta è la percezione di questo specifico fattore: nel momento della privazione relazionale la maggioranza sente un acuto bisogno di socialità. Automatico, istintivo. L’attività scorre sempre in questa direzione. Sembra quasi sempre che riflettere sia meno importante, che più importante sia sfogarsi, che debba venire prima. Gli italiani sono anche coloro – in troppi – che quando discutono assieme si danno sulla voce.

Tra quelli che possono restare a casa con meno contraccolpi, e siamo tra i fortunati, vi sono i molti che da casa già abitualmente lavorano. Ma mancando loro il contatto con il pubblico, e visto che ciò che producono ha bisogno di riscontri, alcuni – sempre di più – stanno decidendo di prolungare quel rapporto con la propria platea, con una clientela, e in generale con l’altro, regalando qualcosa della propria produzione. Naturalmente oggi questo è possibile da remoto, come si dice, ossia grazie a internet. Un surrogato che si rivela un sollievo, abbastanza efficace. Lo fanno musicisti offrendo gratis su FB i propri concerti, attori le loro pieces recitate, scrittori coi loro scritti, orfani delle letture ad alta voce e delle presentazioni dei libri.
Tanti settori si stanno attrezzando. E’ così forte il bisogno di farsi sentire dagli altri, perché serve nella pratica, è ovvio, ma anche per esorcizzare la propria angoscia, l’isolamento, che la gente si affaccia a cantare dai balconi Fratelli d’Italia, il nostro inno davvero bruttino, come avesse vinto la nazionale. Dimenticando, ma che importa, che il contagio è globale: ma un Fratelli del mondo ancora non esiste.
Giorno dopo giorno è tutto un pullulare di annunci, per rammentare agli altri che esistiamo ancora anche se non ci si vede in giro. Ognuno racconta se stesso, spesso facendo ridere gli amici (circolano, sempre in rete, dei meme spiritosissimi, e ridere come sempre aiuta). Oppure ricordando che è il momento di fermarsi, e i motivi per farlo. Oppure, semplicemente, la maggior parte delle aziende, e chi è azienda di sé stesso, dando appuntamento alla propria utenza, clientela, platea di followers o di ipotetici simpatizzanti, per quando le cose ripartiranno. Se ne sentono di ogni: ‘la tal fiera per maggio è confermata’ (poi tra qualche giorno, fisso, arriverà la smentita); ‘io comunque aspetto giugno, ho capito che sarà quello il mese della riscossa’; ‘finiamo almeno il campionato assegnando lo scudetto’ (tre affermazioni prese a caso da personaggi diversi). Tanti si lanciano a ipotizzare quando finirà, contraddicendosi, e su questo fronte il discorso pubblico finisce per assomigliare a un pour parler, troppo difficile ed angoscioso restare nel presente rinunciando a immaginare il futuro, dai politici ai giornalisti agli esperti continuamente interpellati anche su questo come gli astrologi nel mondo antico, in uno scenario liquido come la pioggia sui vetri, quando passerà il picco?, due settimane, qualche settimana, un paio di mesi, entro l’estate, forse riprenderemo in autunno, ci vorrà anche un anno – mentre purtroppo la verità è che non lo sa nessuno. Dobbiamo consolarci con le ipotesi e con qualche modello matematico probabilista.

Fortunato in questo periodo chi è capace di guardarsi dentro, o di accontentarsi di ciò che ha, o di disporre di qualche passione profonda che lo distragga, o di sapere amare davvero quelli con cui vive.

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Di Renzo Garrone, Pentagora è in procinto di pubblicare: “Isolato ma accogliente. L’Iran oltre gli stereotipi dell’Occidente”.