Le citazioni d’obbligo sono I promessi sposi, Cecità, qualche B movie catastrofista, Camus e poco altro. Mi stupisce invece non aver trovato – ma forse è sfuggito a me – qualche riferimento al Decamerone che, per la verità, mi sembra il più adatto ai tempi nostri e quello anche che ci offre una soluzione, un modello di vita che potrebbe rivelarsi vincente. Perché penso che la peste nera più pericolosa e letale di questi momenti sia istituzionalizzare la solitudine (e non sto parlando dello stare in famiglia), celebrare lo stare rinchiusi come scelta salutare che se ha oggi il senso di salvaguardare la salute rischia ben presto di trasformarsi nel senso di “scelta opportuna” perché in fondo ci bastiamo da soli e nessuno è meglio di noi. La rinuncia alla socialità non può essere un modello positivo, può – forse – in casi estremi essere un modello di necessità. Ma deve restare tale, un modello estremo. La cui efficacia per altro è tutta da dimostrare, visto che recludere gli abitanti di Codogno non ha impedito, ad esempio, che il virus si propagasse al di fuori di quel comune. Al contrario, la reclusione e la riduzione della mobilità – tipico dei regimi totalitari o autocratici – hanno effetti sicuri e devastanti sulla cultura, sulla capacità di produrre pensiero, idee, innovazione perché quelle non sono mai frutto dell’intuizione solitaria ma di pensiero collettivo che qualcuno ha la capacità ulteriore di tradurre in genialità. Isolamento e reclusione hanno sempre prodotto mostri, ma di questi tempi in cui la tecnologia alimenta l’impressione illusoria di essere sempre in contatto con il mondo (quando invece favorisce il solipsismo assoluto) si rivelerebbero ancora più deleteri. Chi uscirà vincitore da qui? Facile: sarà la rete, ma non quella entità democratica e libera, no cost e no logo che si è vagheggiata (che illusione!) alla sua nascita. Vincerà – non che non abbiano già vinto, ma il virus rischia di esserne un formidabile e indolore acceleratore – la rete degli Zuckerberg, dei Bezos, degli eredi di Jobs. Una rete sempre più costosa, pericolosa, invasiva e occhiuta. Il digital shopping avrà ancora più campo libero sospinto dall’alibi delle precauzioni sanitarie e con lui la tracciabilità di ogni nostra azione e di ogni nostra abitudine. Poco male si dirà, che mi importa che si sappia – non avendo nulla da nascondere – se qualcuno sa cosa ordino al supermercato? Nulla, in effetti. Ma cambia un po’ la prospettiva se lo guardiamo da un altro punto di vista, quello ad esempio che da buoni frequentatori di questo blog ci interessa di più: quello della lettura e dei libri. Se il potere di proporre libri ai potenziali lettori restasse nelle mani virtuali di un algoritmo quanti dei libri e degli autori pentagoriani emergerebbe dalle profondità del web? E questo vale per qualunque altro libro o autore non omologato e rigorosamente ortodosso.

Ecco perché penso che anche in tempi di virus si debba fare ogni sforzo per non perdere il senso dello stare vicini, dello scambio, della trasmissione del pensiero. Lo stare vicini non può essere solo sinonimo di trasmissione di virus. Una frequentatrice della pagina facebook che Elisabetta e io curiamo (E serbi un sasso il nome) ci ha chiesto, commentando un nostro post di dirle il nostro pensiero sul virus: non è il nostro mestiere e la nostra pagina si occupa di tutt’altro, ma è chiaro il messaggio. E allora, cari pentagoriani, non limitiamoci. Continuiamo a fare presentazioni dei nostri libri, in questo caso sì sfruttando la rete, attraverso le piattaforme che consentono di parlarsi fra molti, attraverso i podcast, attraverso piccole iniziative che facciano sentire le voci e non solo vedere le parole.

Infine, un’ultima considerazione: siamo chiusi in casa aspettando curiosi o angosciati che il “nostro” virus ci venga a stanare. E se fosse, come nel Deserto dei tartari, soprattutto un nemico dentro di noi?

Massimo Tafi ha pubblicato, con Elisabetta Cacioppo: “E serbi un sasso il nome” per Pentagora.