L

Lesbo. Uno di quei nomi che evocano reminiscenze liceali, contengono poesia.

Un luogo del passato, di quello classico e di quello di tutti.

Un suono mitico, che nel mito proietta solo a sentirlo. Se poi viene pronunciato in greco – Lésbos – la sua aura si amplifica e prolunga: poi sfuma, lentamente, mentre la s oscilla sulle onde del mare.

Lontana nello spazio e nel tempo l’isola di Lesbo è un ricordo, una nostalgia.

L’abbiamo intravista la prima volta da ragazzini. Non sapevamo con esattezza dove fosse: un punto indistinto nel greco mar. Il mare di Omero, colore del vino… gli antichi avevano una percezione diversa dei colori…

L’abbiamo percorsa da adolescenti, crescendo insieme alle fanciulle del tìaso, tra i nostri corpi che cambiavano e si facevano sentire.

L’isola della poesia, dove la luna tramontava con le Pleiadi…

L’abbiamo dimenticata, poi, per molti anni: lasciata, abbandonata per cercare nuovi approdi, in terre prosaiche.

Oggi la ritroviamo e la vediamo anche, finalmente: non è più una vaga lontananza. Non evoca poesia. Il mare non è colore del vino, né azzurro. Saffo non c’è e neanche Alceo.

Sulla spiaggia – ammassati, stremati, rifiutati dal mare e dall’uomo – migliaia di profughi.

Foto da “la Repubblica” del 2 marzo 2020.