Una riflessione per la Giornata della Memoria

Ci sono diversi tipi di scale. Vi sarà capitato di incontrarne diverse, nel vostro cammino. Magari non ci avrete fatto nemmeno caso. Le avrete percorse spediti, attaccati al corrimano, o cauti. Gradini di roccia o di legno, che salgono per pochi metri o svariati piani. Rampe orizzontali, dalle alzate ripide, che per calcare la suola sulla pedata bisogna alzare il ginocchio quasi fino al petto. O scale a chiocciola, che a guardarle viene il capogiro. E quelle di corda, magari sospese e ondeggianti nel vuoto, da aggrapparsi con le mani per non cadere.

Che la vita è paragonabile a una scala, l’han detto in tanti. Perché si parte dal presupposto che tutti sentano l’esigenza di salire, e forse è così. L’apice è sempre ambito. Ci hanno insegnato che è desiderabile, che troveremo il tesoro, la realizzazione, il paradiso. Eppure vi è mai capitato di trovarvi in cima e aver paura di scendere, ma allo stesso tempo avvertirne il bisogno? Come una storia di cui conosci la fine, ma ignori com’è cominciata. Si scava a ritroso, si sprofonda. Se sono pioli, ogni passo ci darà una vertigine inaspettata, tanto che ci troveremo a metà, incerti, svuotati del coraggio necessario a proseguire. Perché lassù sappiamo sempre cosa ci aspetta, ma la base ci ha sempre fatto paura, in ogni situazione. La verità è che, abbagliati dalla luce del faro della realizzazione personale, dimentichiamo da dove proveniamo, e a ogni passo perdiamo un granello di umanità a favore di una visione egocentrica del mondo. Le fondamenta rappresentano il passato, talvolta scomodo, doloroso, inumano. C’è un filo spinato che ferisce quando ci metti i piedi. Si sentono urla, pianti, lamenti. C’è del fumo che esce dai camini, dall’alto sembravano nuvole. E se le mani sanguinano e non possono afferrare il corrimano, come si fa a tornare su? Chi ve lo fa fare, a mettere in discussione le vostre certezze? Troppo pericoloso, mi dite, sciocco anche, andarsi a cercare una dose di sofferenza. Lasciamola dov’è, che non ci riguarda, dopotutto sono passati settant’anni, chi ricordava e non è ancora morto probabilmente lo sarà presto.

Forse avete ragione voi. Eppure l’esperienza mi ha insegnato che la sommità fa presto a diventare base, come in una scala di Escher.  Trascurare l’origine vi aiuterà a non farvi male qui e ora, ma sarà una condizione effimera, quella cui andrete incontro, un’illusione. La scala rappresenta tutti i gradi dell’esistenza e della conoscenza, nel suo salire e scendere perpetuo, e si fonda sulla memoria. Per preservarne il vertice è indispensabile riuscire a guardare in basso senza cadere.  Bisogna calarsi attraverso la rimembranza, prenderne atto. Solo in questo modo avremo gli elementi necessari a capire se i gradini che abbiamo davanti ci eleveranno o ci faranno tornare nell’oblio.

Non vi assicuro una vita costantemente in ascesa. Non ci è dato sapere con assoluta certezza la direzione che prenderemo. Ma riconoscere la sofferenza e le sue cause ci renderà certamente persone migliori. E la consapevolezza, questo ve lo posso garantire, ci restituirà l’umanità perduta.

Maena Delrio ha scritto per Pentagora: Oltre il confine.