Libereso: libertà (e anarchia) negli esperimenti agricoli

di Paolo L. Bernardini

pubblicata su Giornale di Storia, 29 gennaio 2020
https://www.giornaledistoria.net/rubriche/recensioni/spirito-contadino-tre-letture-storia-agraria-italiana/

Esiste una Liguria più lunga, leggermente, di quella delle cartine geografiche. Congiunge, in un’unica linea, la Costa Azzurra alla Lunigiana. In qualche modo i grandi porti, Savona, Genova, La Spezia, forse fino a Livorno, non sono che fastidiose interruzioni di una teoria di giardini, unica al mondo. Piante autoctone, piante importate, talora raccolte in orti botanici a picco sul mare, come alla Mortola i giardini Hanbury– al confine tra Italia e Francia, la collina del “mirto” da cui la località prende il nome – talora sparse a caso tra le rocce e i pendii, le “fasce” e i dirupi: sono, anche, gli “stocchi d’erbaspada” di Montale, ovvero le foglie d’agave “sul delirio del mare”, che punteggiano e discretamente decorano il paesaggio, altrimenti brullo, con diversa intensità. Quella maggiore, a Ponente, appunto, dove la coltivazione delle piante è divenuta vera e propria industria, con esiti altalenanti. In questo rigoglio di natura, fiorì anche, si può ben dire, la famiglia Guglielmi: e fiorì innestandosi (che bello, che ricco il linguaggio floreale) con quella Calvino. Non solo Italo, lo scrittore, ma anche Mario, il grande agronomo della Stazione Sperimentale di Floricultura, che fece di Sanremo e dintorni il più grande centro di coltivazione di alberi e fiori esotici del Mediterraneo, e che dello scrittore Italo fu padre (e un pochino padrone). Di questa vicenda tutta agreste, tutta floreale, rende conto questo libro suggestivo, un libro in forma di giardino, il Diario di un giardiniere anarchico. Storie di vita e appunti di agricoltura e giardinaggio, appunto. Libereso vuol dire “libertà assoluta” in ido-esperanto (sic), variante popolare dell’esperanto figlio dell’universalismo (proletario) dell’Ottocento. Eh già. Perché qui l’agricoltura s’intreccia con la politica, e vi si innesta. I Guglielmi sono anarchici bakuniani, inneggiano alla natura come luogo di assoluta uguaglianza e libertà, senza padroni – non sempre è così, ma è bello crederlo…- e il padre di Libereso, che all’altro figlio diede il rivoluzionario nome di Germinale, è un anarchico convinto, crea addirittura fiori coi nomi degli ideologi (secondo la sua privatissima interpretazione) dell’anarco-socialismo: da Gorki a Giordano Bruno, tutti i ribelli della storia hanno la loro rosa o il loro garofano, perfino Cristo: ecco il “Cristo proletario”, “profumatissimo garofano di colore rosso cremisi scuro vellutato” secondo la definizione di Libereso, che fece bella mostra nei giardini di famiglia. Libereso conosce Italo, e lo scrittore gli dedica non solo un racconto ben noto, “Un pomeriggio, Adamo”, ma i due diventano amici. Sono quasi coetanei. Calvino nasce nel 1923, e muore prematuramente nel 1985. Libereso nasce nel 1925 e muore nel 2016, dopo aver girato il mondo ed assaggiato (pensava giustamente che si dovesse sperimentare le potenzialità nutritive di tutte le piante e soprattutto di tutti i frutti) tanta esotica e domestica frutta, in ogni dove. Interessante la sua puntata in Lombardia: il Credito Italiano lo chiamò nel 1975 a mettere a posto gli immensi giardini di Villa Gernetto, a Lesmo. La magnifica villa settecentesca eretta da Simone Cantoni, che fu successivamente della Pirelli, per essere acquistata da Berlusconi che ne voleva fare la sede di una università “liberale”, per poi disinnamorarsi del progetto (per insegnare il liberalismo bisogna – credo, come per ogni cosa, in generale –, conoscere cosa sia), e mettere in vendita l’immobile nel 2018. Qual sarà mai la condizione di quei giardini che quarant’anni fa furono toccati dal pollice verde, verdissimo, di Libereso Guglielmi? Guglielmi è anarchico, anche se forse la natura non lo è (questo egli naturalmente non pensava). E quella Liguria allungata come un elastico di cui ho parlato prima giunge dai ribelli nizzardi (l’esempio migliore: Giuseppe Garibaldi) agli anarchici di Carrara ancora in piena attività. Duri come il marmo. Anarchia e giardini, giardini e anarchia. 

Il libro racconta, però, innanzi tutto una vicenda, splendida, ma tormentata. Il grande storico americano Alfred W. Crosby (1931-2018), parlò per primo nel suo celebre libro del 1972 di “Columbian exchange”, “scambio colombiano”, il passaggio di frutta, animali, fiori, dai continenti noti all’America, e viceversa, dopo il 1492. Ebbene, Libereso ci fornisce una mirabile, vastissima, quasi sistematica rassegna di alberi fiori e frutti che ci sono giunti dalle Americhe, e che purtroppo ora in gran parte sono estinti sul nostro territorio, compresa la Sanremo cementificata orribilmente a partire dagli anni Settanta. Si pensi (per fornire un solo esempio, tra i tanti possibili) al “tropaeolum”, o “crescione indiano”, o ancora “cappuccina” per la forma del fiore. Dicotiledoni “molte volte succulente, alcune a radice tuberosa; le foglie sono glabre, intere, lobate o palmate, alterne, raramente opposte”. Giunta dal Perù, coltivata dal grande botanico del Rinascimento Monardes, trasmessa da costui in Francia a Jean Robin, capo dei giardini reali di Parigi, nel 1597. Poi passata addirittura in Finlandia (dove incredibilmente attecchì) e finalmente in Inghilterra, ove invece divenne cara all’astrologo botanico John Gerard. Assunto il nome di “nasturzio”, “naso storto”, classificata da Linneo, il tropeolo non solo è bellissima per i fiori, ma ha anche “alto valore culinario”: alto contenuto di vitamina C, sapore gradevole, in Perù se ne mangiano perfino le radici, che assumono un gusto simile alla patata quando spadellate col burro. “La creazione di un giardino è come la creazione di un’opera letteraria”. Sacre parole di Libereso. Come non essere d’accordo? E quanto fece proprio questo motto Italo Calvino?«Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora…». Chi non si rammenta del mirabile inizio de Il barone rampante? Ma aldilà della letteratura, e prima di essa, colpisce l’attenzione per il rapporto tra estetica (il fiore) e alimentazione (il frutto, ma anche talvolta il fiore). Guglielmi sperimenta una quantità di piante notevolissima, piante importanti sia perché sono belle, sia perché i loro frutti sono commestibili, e/o posseggono virtù curative. A volte l’aspetto estetico è quello che fa importare e coltivare la pianta, come nel caso del kaki, di cui però si scopre, molto tempo dopo (quasi un secolo!) le prime coltivazioni ad uso ornamentale, la bontà del frutto. Delle diecine di piante con questa duplice, attraente caratteristica di cui parla Guglielmi non esiste letteralmente più traccia in Italia, ove ragioni (forse) di mercato (ma il vero mercato è a favore della varietà, a ben pensarci, e non dei monopoli), ci impediscono di gustare centinaia di frutti, per fare un solo esempio: delle infinite varietà di patata, e di mela, ci rimane la scelta forse tra quattro o cinque. Occorre dunque menzionare la meritoria attività dell’editore e studioso che ha creato la casa editrice Pentagora – ove il libro è pubblicato, il secondo di Libereso Guglielmi a vedere la luce per questi tipi – formatosi alla scuola storico-sociale e geografica genovese (Moreno, Raggio, Grendi, Quaini, Surdich), pioniera di storia ambientale: Massimo Angelini. Ad Angelini si deve una costante, decennale attività di riscoperta di varietà agricole poco note e/o ormai scomparse dai mercati (un solo esempio, la ormai celebre patata “quarantina”. Veritas sive varietas. Il motto di Lessing trova un magnifico campo di applicazione (anche) nel mondo agrario.

Il libro: “Diario di un giardiniere anarchico” si trova qui.