di Francesca Pachetti

La prima volta non si scorda mai. Non è stata quando ho fatto i conti con la morte, no, è stata poco dopo la germinazione della mia prima semina: spinaci. È stato quando incominciò a grandinare, quando il campo era adornato di ghiaccio e di freddo. Quando presi due ombrelli, uno per mano, e correvo su e giù, di qua e di là, quando volevo salvare le mie piantine, la mia prima possibilità, quella che mi avrebbe dimostrato che ce la potevo fare. La prima volta che ho imparato che al ciel non si comanda è stata quella. È come se io capissi solo quel linguaggio, solo quel silenzio, quelle voci che sono ticchetti, fruscii, è come se io tutto quello avevo imparato prima di quel momento, lo avessi solo imparato, ma non saputo. Avevo imparato che quel che capita capita, che quello che vuole restare, resta. Quello che vuole andare, se ne va. Ora invece, lo sapevo. Sapevo che al ciel non si comanda e neanche al cuore. Non alla fame, non alla sete, non alla voglia, non ai pensieri insistenti. No, solo a poche, pochissime cose si comanda. Ora sapevo che quando grandina, grandina forte, ti piove dentro, entra acqua da ogni cicatrice, qualche volta anche la neve. Ora sapevo che non c’era modo di restare asciutta, non c’erano ombrelli e tettoie, c’era solo l’attesa. “Non può piovere per sempre”. Ora sapevo che potevo stare serena, potevo rilassarmi, deporre armi e scudi, pugni stretti, potevo fare del mio meglio, e lasciare tutto il resto al resto che c’e: al cielo? Al caso? Al destino? Al karma? Non importa, mi importava che ora potevo essere finalmente solo una persona, e ho lasciato che la vita mi facesse. A volte cuore, a volte pomodoro, altre vento, ma mai bufera.

Francesca Pachetti ha pubblicato per Pentagora “La Raccontadina”