di Alessandra Scurati

«La creazione di un giardino è come la creazione di un’opera letteraria», scriveva il vecchio Libereso.

Il legame tra poesia e piante, tra giardino e letteratura, è già nelle parole. Chi studia lettere lo scopre fin da subito: la prima opera di Virgilio, le sue Bucoliche, è dedicata alla natura, alla terra, alle piante, che proteggono nella felicità. Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi / silvestrem tenui musam meditaris avena. Il pastore Titiro è al riparo di un faggio, mentre compone musica su un flauto d’avena. Nos patriae finis et dulcia linquimus arva. / Nos patriam fugimus. Tu, Tityre, lentus in umbra / formosam resonare doces Amaryllida silvas. Il pastore Melibeo è costretto ad abbandonare i dolci campi che gli sono stati espropriati.

Sono versi che tutti abbiamo mandato a memoria, che abbiamo letto in metrica assorbendo anche la musica dalle parole. In poche frasi le parole della natura sono già molte, compreso il nome della bella Amarilli, che è il nome di un fiore. È stato il latino a insegnarci che le piante sono femmine (e i frutti sono neutri). Con quest’opera il giovane Virgilio ha cantato l’ingiustizia delle espropriazioni seguite alla battaglia di Filippi, il dolore e il brutto che vengono dalla guerra. Mentre Titiro può riposare e comporre poesia protetto dalla natura, Melibeo viene esiliato da essa, che è tutto il suo mondo. Chi ama coltivare le piante non chiede il troppo: ai poeti-pastori delle Bucoliche bastano le humilesque myricae, a Libereso dieci vasi, che «possono fare un giardino e dare felicità».

Virgilio racconta una storia anche sua, celebra l’amore per la terra e per la sua terra natale, il Mantovano, dov’erano i campi che forse aveva perduto. Canta la pace della natura contrapposta ai rischi del mondo esterno, della città, che al di qua della siepe può apparire lontano e innocuo. La siepe fa da limite al campo, è ciò che chiude l’orizzonte di Melibeo. Come le piante le parole hanno una radice e la radice indoeuropea di saepes indica un recinto, che era fatto delle nostre siepi. Per Melibeo oltre la siepe finisce la felicità. Ma presso la siepe, davanti al recinto, è la mangiatoia. Altri pastori arrivano qui, altre parole vengono cantate: Adeste, fideles, laeti triumphantes; venite, venite in Bethlehem… Quand’ero piccola mi sembravano magiche. Alla Messa di mezzanotte attendevo questa canzone e le sue note solenni. Il presepe e le parole mi proteggevano.

Come Virgilio aveva i suoi campi, Libereso scriveva versi. Non è un caso che chi sappia amare la natura sappia amare anche le parole e nutra il desiderio di sceglierle con cura. Nei disegni del suo erbario le piante sono accompagnate dal loro nome latino, scritto sempre con precisione. Gli alberi e i fiori del giardino dov’è cresciuto hanno nomi propri, di grandi personaggi dell’arte, della letteratura e delle scienze sociali. Fiori dedicati a Dante, ad Einstein, a Sacco e Vanzetti. E poi il «Cristo proletario, un profumatissimo garofano di colore rosso cremisi scuro vellutato, che era il simbolo del plebeo libertario di Nazaret».

Libereso era un anarchico, come De Andrè. Per il cantautore solo la musica risveglia la libertà, che dorme nei campi coltivati. Nel giardino di Libereso le piante crescevano (e credo crescano ancora) libere e felici: non legate e addirittura non potate se non necessario al loro sviluppo naturale. Appaiono disordinate a chi le osserva, ma in realtà seguono le regole della natura, il ciclo delle stagioni. Nel regno chiuso, recintato, del giardino l’anarchico trova l’unica società capace di crescere in armonia, trova «l’utopia che rappresenta l’ossigeno per un futuro migliore».

Sembra un’utopia la letteratura, eppure è un mondo abitabile, più del mondo reale che abbiamo ricevuto in dono e trascurato.

Libereso Guglielmi ha preso forma nel giardino del Professor Calvino, muovendosi tra i personaggi che il figlio Italo stava abbozzando ed entrando di sfuggita in qualche storia. Comporre – mettere insieme – le piante e comporre le parole non è tanto diverso.

Anch’io sono cresciuta in un giardino, creato con amore dalle mani sapienti di mio padre, ma i nomi delle piante li ho imparati soprattutto dalla poesia. Ho visto l’agave sullo scoglio, ho respirato l’odore dei limoni. Il prunalbo aveva un nome così dolce che bastava ad essere felice, senza bisogno di vederlo. Ho pianto con Lisabetta sul testo di basilico.

Provo a chiudere i libri per spostarmi nel mondo concreto, ma la poesia mi segue: eccola, è sull’autostrada. Tra grigio e cemento, tra i colori spenti, una macchia gialla piano piano prende forma. È lei, la lenta ginestra: il fior gentile che consola il deserto circostante con il suo profumo…

Le citazioni da Libereso sono tratte da: L. Guglielmi, Diario di un giardiniere anarchico, Pentagora, 2019, il libro che mi ha fatto conoscere Pentagora.

Il titolo è una frase di Libereso, il ragazzo-giardiniere nel racconto Un pomeriggio, Adamo, in I. Calvino, Ultimo viene il corvo, 1949.

Alessandra Scurati è autrice di “La porta accanto” per Pentagora, di prossima uscita.