Sembra che il rapporto tra editori e autori abbia iniziato a degenerare negli anni Novanta, negli USA. Nel periodo del capitalismo rampante, delle nuove prospettive economiche, sono nati i grandi colossi dell’editoria che in 5 occuparono l’80% del mercato nordamericano.

Così è nato un nuovo approccio con il mercato e il prodotto librario: l’editoria è stata interpretata soprattutto come impresa, al di là del proposito intellettuale e creativo che ogni editore dovrebbe avere. Fare libri è stata (ed è ancora) soprattutto una questione di bilancio di impresa, di ricavi, di fatturato.

Se un vecchio editore si poteva accontentare di rendimenti intorno al 3-4%, ma contemporaneamente di fare scelte ponderate, talvolta coraggiose, coerenti con un progetto culturale; dagli anni Novanta i manager incaricati di far rendere quelle aziende lavorarono per arrivare a un 15% di resa.

Per farlo si concentrarono sui best seller, sugli anticipi non recuperati, su un rapporto professionale e vincolante con gli autori, sulle librerie in franchising ovvero le “catene” di marchio, come ancora oggi troviamo qui da noi.

Pubblicando “solo” best seller si escludeva la pluralità degli autori; in un clima di richiesta di prestazione si è creato un ambiente freddo, puramente produttivo, scarso di creatività; la creazione delle grandi catene librarie ha falcidiato le piccole librerie indipendenti, piccole isole dignitose di quella che oggi viene chiamata “bibliodiversità”.

In Italia con poco ritardo è avvenuta la stessa cosa. Abbiamo oggi 4 supergruppi editoriali: Rizzoli, GeMS (Mauri Spagnol), Giunti e Feltrinelli, che infatti controllano anche distribuzione e catene di librerie.

A livello mondiale i primi 20 colossi dell’editoria valgono il 70% del mercato, e il 60% del fatturato deriva da editoria professionale, scolastica e universitaria.

Ma c’è una inversione di tendenza: la quota di mercato dei colossi è passata dal 60% del 2009 al 47% del 2019. Pare invece che i piccoli editori indipendenti resistano bene, con alcuni casi che piccoli (nella realtà italiana) non si possono chiamare, come Sellerio, e/o, La Nave di Teseo.

A partire dagli anni Novanta il web ha rivoluzionato un sistema informativo e formativo che stava in mano ai grandi colossi. La rete e tutte le informazioni e le tecnologie che ruotano attorno al web, a partire dai social, gli ebook, le piattaforme di scambio di file audio e video, gli smarphone hanno distrutto il mercato discografico e delle sale cinematografiche, nonché rivoluzionato le radio, le televisioni e l’editoria. In questa tempesta restano a galla soprattutto i piccoli bastimenti costruiti sul rapporto umano e i valori condivisi, sull’onestà e sulla volontà di costruire un progetto culturale anche non “performante”.

D’altra parte vale la pena ricordare che Google fattura all’anno 137 miliardi di dollari, mentre il gruppo Bertelsmann, uno dei più grandi gruppi editoriali del mondo, fattura 3400 milioni di euro: bazzecole in confronto a quel che guadagna il noto motore di ricerca.

Queste spinte fortissime rimodelleranno l’economia e dunque le aziende che si occupano di editoria.

Infine sono cambiati anche i lettori: ognuno sente il diritto e la possibilità di criticare e creare, facendo nascere l’esigenza (subito raccolta) dell’editoria a pagamento, della pubblicazione quale che sia, a qualunque costo, in piccole tirature, senza distribuzione, senza lettura critica e di confronto con quello che dovrebbe essere una casa editrice, e la conseguente moltiplicazione dei premi letterari.

Se per un verso questo è un bene, perché aumenta il pluralismo, per altri versi inflaziona un mercato già delicato e scosso dai fenomeni che abbiamo citato.

In futuro la rete sarà comunque fondamentale, tanto per la commercializzazione che per il movimento delle idee. Se c’è una possibilità per le piccole case editrici indipendenti è proprio quella di restare legata al lavoro artigianale, di qualità, ricostruendo un rapporto amichevole, affettivo, tra autori, editori ed editor, comprendendo in questo rapporto anche i lettori, che per mezzo della rete sono chiamati a dialogare con la casa editrice, a portare il loro contributo, ad avanzare critiche e approvazioni. Bisogna ritornare a remunerare la creatività. Pentagora lo ha sempre fatto. Amici lettori, autori, traduttori, abbiamo bisogno di non perderci di vista, di restare a portata di sguardo, di parola, di scambio reciproco. Abbiamo bisogno di condivisioni sui social, di commenti, di partecipazione.

Le informazioni di questo articolo sono tratte da: https://www.doppiozero.com/materiali/la-vocazione-editoriale-ai-tempi-della-rete?fbclid=IwAR3HB9Q1e9xxiUWf_9keOzQ0jhkfBsRQQsczZn8SKG6DMVyL8cHK7TBB_90