Arrivano libri, tanti. E si deve fare gli editori.
Maglie nè troppo larghe nè strette. Non vogliamo danari, quindi non possono passare tutti; solo perchè forti di monete sonanti. Non è bello per nessuno. Bella è la verità. La verità di chi cammina e di chi ti osserva camminare e si interroga sui tuoi passi e sulla tua salute. La salute dell’ anima. La parola giusta al momento giusto che sgorga semplice, da dove può, senza sovrastrutture, senza scuola di scritture. Vale per l’ editore l’ amor proprio di chi scrive per ciò che scrive. Vale il buonsenso. Il rammendo se occorre deve essere sartoriale e invisibile nell’ attenzione a non deformare la natura dello scritto e di chi scrive. Il rammendo deve essere medicamentoso quanto basta. Lo scritto deve dire dal suo incipit il cuore. Poi ci sono le viole… quelle che sanno sorprenderti sbucando dagli asfalti duri e scuri delle strade… degli uomini. L’ editore ha il dovere di spegnere la sua penna e riporre gli occhiali; ha il dovere di lasciarli intonsi, cogliendoli aldilà delle leggi e delle strategie di mercato, del cromomercato noir, giallo, rosa che se fai tanto di intingere troppo o troppo poco il pennello a variarne intensità e tonalità sei già altro e non vai più bene…
L’ editore accompagna e veste la giacca grigia affinchè i colori del suo autore possano esprimersi appieno senza interferenze, interessi, protagonismi.
Il volo non è il suo, ma ha condiviso il tuo nido e come ape operaia ti ha aiutato a farlo più solido e bello.