di Fabio Minetti

Ho appena finito: “L’odore della torba bruciata”. Gran libro che avvince ma non va giù come acqua. Lascia interrogativi, sgomenta, suscita emozioni. Grande il finale, la perfezione (direi la naturalezza) del male e il cammino faticoso per affermare il bene. Azzeccato il monito finale, così bene accostato ai ricordi delle avvenute piene. Ricostruzione del pensiero, del sentire, delle inquietudini di uno dei nostri più grandi narratori… Il lettore attento avverte in quest’opera la minuziosa ricerca biografica e la lettura di tutto il corpus narrativo di Levi, attività imprescindibile nel mestiere di chi narra, di cui Thomas Mann fu grande esempio. L’autore conosce la Arendt? [Anna Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 1964] Mi pare di sì. Sobrio diretto ma curato e originale lo stile: solo quel verbo “secernere”, tecnico, impegnativo ed ingombrante, usato per ben due volte nel capitolo 2 (la prima in maniera del tutto appropriata, la seconda secondo me evitabile) mi ha pesato lievemente mentre leggevo.

Molto interessante la tridimensionalità che l’autore ha saputo dare a Giraudo. Il personaggio pacato che esprime il mondo della terra e la serenità di chi ha la saggezza popolare per confortarlo nell’angoscia. Oltre ad amare cibi e vini genuini. Un tipo ritrovato a tratti nelle altre opere dell’autore, già da ‘Niente di nuovo a Montenotte’. Non credo lo rappresenti: Marenco è più inquieto, ma certo, evidentemente, sono figure a lui care.