Sono uscita nell’aria fredda del terrazzo, stamattina, per salutare tre soli.

Uno in cielo, oltre la nebbia che si sfilaccia blanda blanda, come una garza silenziosa, per fargli spazio. Anemico.

Uno impigliato fra le foglie del ginko biloba che intravedo, da qui, in fondo al viale. Sfacciato come un miracolo o uno schiaffo di chiaro.

Lucenza assoluta.
Lustranza, diceva il matto poeta del paese, che recitava in strada. Davanti all’albero

Uno dentro l’ultima rosa gialla che splende fra gli affanni del terrazzo: un sole da asporto, che sarebbe bello ospitare in casa. Lo lascio qui, perché duri di più.

Fra un po’ mi lascerà.

Ci sono mattine, a novembre, che già indovini come sarà la sera.

Ci sono mattine con il tempo breve: sembrano pomeriggi, tanto le ore sono scivolate.
Dopo l’estate di san martino, la luce se ne andrà.
Tornerà la nebbia a fare da padrona: la fumanela diventerà fumana, la sera, e io non vedrò la casa di fronte.

Ma, intanto, la mia rosa gialla splende.

Non importa sapere che è per poco.