Di Corrada Spataro, apparsa sul numero 20/2019 di “Orizzonti pedagogici”

Pubblicato da Pentàgora, ottobre 2019, Le Bambine di Zena Roncada sono racconti in poesia.

Una poetica che trasforma il realismo della quotidianità, quella piatta spesso ripetitiva,angusta, senza storia, in una musicalità soffusa che dipinge i sentimenti, i gesti e i desideri in un tempo che non corrode i ricordi, ma li fissa nei luoghi delle cose, delle case, dei campi. Nei cieli opachi della sera, negli uomini, nelle donne e nei sussurri delle Bambine. Una quotidianità che spesso si snoda enigmatica e sfuggente. Le tensioni emotive espresse o sottaciute, i dialoghi, gli umori di ogni singola narrazione compongono un’esistenza tra snodi e squarci, che dal brusio quasi accennato di paese, presso l’argine, dentro il fitto della nebbia della bassa, apre a inattese tensioni universali di felicità o di malinconie che assumono i colori dei tempi della vita

Una narrazione di realtà che si nutre di fiaba, racconti che si fanno bozze e storie infinite, come radici di fiume e di collina, di terra umida e di aria bagnata, da cui le emozioni migrano per ritrovarsi in ogni luogo, ma sempre vicino al lettore, a raccontare sentimenti familiari e storie amare e dolci, memorie di generazioni e di sapienza contadina. Una narrazione in cui niente è irriverente o surreale e in cui realtà e immaginazione si mischiano e si inzuppano l’una dell’altra: l’autrice esplora con grazia e garbo parole e volti, gesti e rumori per indagare le vite vissute o sognate con fili narrativi curiosi e lungimiranti.

Addio a c’era una volta e alle formule magiche o alle formule fisse, addio al mezzo fatato che aiuta a risolvere le difficoltà, non c’è l’eroe, né l’ammaestramento e le Bambine non amano la lotta tra il bene e il male. Non s’incontrano, fate, streghe, orchi, maghi, al più vecchie signore, soffi di vento o la fiamma di un camino che colora di rosso un panno messo ad asciugare.

Sono fiabe in cui la misura di ogni Bambina resta sempre il mondo degli adulti.

La trama delle esistenze e le parole segnano e disegnano orizzonti che si compongono o si dileguano.

Il lettore si addentra nei luoghi, si lascia modellare dalle vicende, si accosta alle Bambine, le sfiora e le accarezza e intanto affiora la sua infanzia e si ritrova abbracciato a quell’altrove che è suo. Quell’oltrePo senza argini e confini ove si narra di realtà sottili e dettagliate (…col gigliuccio in bianco e l’orlo a giorno doppio) che diventano fiabe che la Bambina attraversa in un continuo alternarsi di stanze e scenari reali.

C’è la Bambina del lutto raccontato in tutta la sua crudezza (erano proprio i colori e i profumi della chiesa triste, quando il venerdì santo si andava in processione a fare la via crucis) che si traveste da fiaba con l’aiuto dei colombi viaggiatori.

Così il cadavere della povera signora con i piedi trattenuti dal fazzoletto, si unisce al viaggio dei colombi con le zampette che reggono un rotolino legato con lo spago.

E’ volato in cielo dicevano a casa sua per annunciare che qualcuno si era spento.

E lei pensò che era così davvero.

Dopo, si diventa uccelli, pronti per il volo, forse

Con un messaggio da portare in alto.

C’è la Bambina che lacera il silenzio e la paura con la musica che diventa pelle d’oca e voglia di cantare, toccare tutti i tasti neri per suonare l’aria con le dita.

C’è la Bambina tradita, quando non trova nessuno ad aspettarla neppure sul sagrato, luogo di eterne chiacchierate di vecchi tiratardi.

C’è la Bambina della bottega, con le parole che declinano e poi scivolano in un mondo in sospensione, dove forse l’erba sarebbe spuntata dal soffitto e il solaio sarebbe rinverdito.

C’è la Bambina che si schiude al mondo delle fiabe e guarda la realtà. Ma è un andirivieni costante e continuo, l’una si nutre dell’altra e viceversa. Nell’infanzia descritta dall’autrice i due mondi si attraversano come fosse un’unica campata di una copertura a botte.

C’è la Bambina del rimorso di quel che non si fa e la Bambina dei giorni lisci che ha imparato a entrare e uscire dai sogni come in un gioco: la nostalgia faceva il giro del salotto e si sedeva a tavola in cucina in quel posto vuoto… mentre ascoltava la storia delle storie che la madre sempre rinnovava, tramutando quella vita grama in aspettative future di benessere e di sogno.

Il vero gioco stava tutto là, misurare il suo sé con quello della madre per una felicità da spendere insieme, senza rompere l’incanto delle illusioni e i sogni che facevano bella la sua mamma. C’è la Bambina della mimosa che nel mondo policromo degli adulti alla signora che rifiuta la mimosa perché è roba rossa, cioè simbolo di un colore politico, risponde: ma la mimosa è gialla. C’è la Bambina della bottega dei semi che quando la signora parlava col fattore aveva modo di infilare la mano nei sacchi con l’orlo rivoltato… sentire lo scorrere dei grani e trovarsi il palmo quasi bianco e una realtà da fiaba: dieci pizzichi di semi di lattuga, dieci pizzichi di insalata ricciolina, un cucchiaio di semi di radicchio…a dosi di porzioni e sortilegi, tutto l’orto finiva e cominciava in cartocci di carta di giornale.

C’era la Bambina con i giochi che venivano dall’orto. O dal bosco che s’infittiva.

I giochi erano pensieri….guizzi di storie…e di colori. I giochi erano chiocciole di intrecciata bava Chiocciole in riposo con all’ingresso una porta bianca che arreca disagio per aver violato un sonno… in una stanza con la tenda chiusa.

Entrano in punta di piede, raccontate sin dal loro ingresso come un personaggio in scena, con le loro emozioni o il loro dolore, trattate con delicatezza quasi a voler proteggere se possibile, ogni Bambina dalle stesse parole del racconto. Un racconto che sta molto attento a non toccare il dolore dell’anima che la Bambina spalanca al lettore. Sono figlie che sanno percepire ogni segnale, umore, malumore, attorno e dentro la casa.

Sono spugne d’acqua di rimpianti accumulati giorno dopo giorno, che da adulte rilasceranno gocciolare. Acqua pesante e salmastra, dentro altre spugne e altre fiabe.

Racconti avviati con ritmo lento e taglio realistico, a volte minuzioso ma all’interno di uno scenario da fiaba.

L’insieme tesse una tela: l’infanzia dagli occhi stupiti e dalla sapienza spontanea e inattesa in cui ogni accadimento segna una mutazione di cui la Bambina ha in qualche modo coscienza.

Tutto si gioca nell’età dell’infanzia diceva Pavese, quando l’io è pronto ad assorbire tutti gli archetipi del vivere.

L’autrice sa bene che l’infanzia è quel tratto dell’intera esistenza che non ci abbandona mai.

E’ nell’infanzia che il bambino attraverso le interazioni con i genitori e le figure parentali sviluppa un insieme di schemi che saranno alla base della propria identità.

E l’infanzia diventa l’architrave che reggerà il suo modo di relazionarsi nella vita.

La seconda metà dell’ottocento e il novecento si aprano alle tematiche della sofferenza e della paura del crescere nel panorama infantile (Oliver Twist di Charles Dichens), agli intenti moralistici in Cuore (De Amicis), a Pinocchio (Collodi) col suo mal di crescere, a Scurpiddu di Capuana con la sua miseria e il dolore di bambino abbandonato che parte volontario a fare il soldato per realizzare il sogno di vedere il mondo.

Fino alla denuncia sociale di Ammaniti, con gli occhi di un bambino che non ha paura.

E se Rodari ci fornisce la Grammatica della fantasia, una Grammatica dal linguaggio semplice e originale che contiene messaggi di tolleranza, antirazzismo, solidarietà, amicizia, integrazione, l’autrice di Le Bambine adotta una Grammatica delle emozioni che si distende dall’infanzia e raggiunge l’adulto a cui consegna l’invito a liberarsi dai luoghi comuni, dagli schemi, dai pregiudizi e incamminarsi su sentieri ritrovati.

Sono racconti in cui non c’è rimpianto o struggimento per il trascorrere del tempo o per gli inesorabili cambiamenti perché lo sguardo rimane sempre dinamico e il tempo diventa un eterno presente dove la trasformazione sociale, morale, economica ed esistenziale forma un tutt’uno con la geografia dei luoghi e dei paesaggi brumosi, gli odori e le nebbie.

Il mondo dei ricordi diviene mondo incantato e reale nel dettaglio della vita quotidiana, del sapere dell’orto e della cura delle piante, della cucina, della bottega, ambienti familiari in cui la Bambina nel confronto col mondo degli adulti costruisce realtà indagate tra richieste, seguite dai silenzi. Zena non risparmia niente alle sue Bambine nella realtà delle fiabe: la malattia, l’abbandono, le angustie della miseria l’odore della vita povera di riva, di canna e di piume bagnate a macerarsi, l’odore della vita che non si è mai asciugata e se ne sguscia via, umida come l’anima del salice senza più corteccia.

E nella realtà più nera, i bambini trovano sulla tavola, poggiato su una foglia di fico untriangolo di zucca arancio e caldo, come mangiare il sole col cucchiaio, scottarsi e ridere… Torna l’incanto del mondo bambino anche nella più cruda quotidianità: riflette un frattale di storie multicolori che si sommano e si dividono, ma non si sottraggono alla magia neppure in certi pomeriggi grigi, come nebbia sciolta nel bicchiere.