di Zena Roncada, autrice di ‘MArgini’ e del più recente ‘Le bambine’.

Leggo, appena posso, le pagine di Bianca e di Francesca, che hanno l’odore della terra: quello che sa di buono ma anche di fatica. Leggo l’altra faccia di una città lontana e vicina nelle parole di Gianni e nei disegni di Simona. Il pollaio di Alessandro, poi, è uno dei teatri che preferisco.

Io vivo da un’altra parte.

Quella dove il Po è sopra le nostre teste.

Li  mi prendo cura di un grande terrazzo fra muri.

E da lì parto per piccole fughe fra le mie strade: cavedagne, argini e arginelli, viottoli che in primavera s’infittiscono di erba cavallina.

Dell’uno e delle altre mi piace raccontare e così farò, qui. Per conoscerci meglio.

E allora partiamo dall’argine.

Dal basso, l’argine è soprattutto erba contro il cielo.

Gramigna, tarassaco, ortica e maggiorana, qualche sbuffo di luppolo e salcerella.

Un muro a biscia, verde e irregolare, dai fianchi larghi e dolci.

A volte orlato da pioppi a mezzo busto, a volte soltanto da un azzurro grigio.

Bisogna aspettare un vento forte per vedere il celeste, dentro il cielo, quello impresso nella veste di certe madonnine campagnole, con la bocca rossa di ciliegia, nell’edicola di una corte grande.

O sui muri dei vecchi caseifici, a chiazze e a schegge.

Anche sereno, il cielo qui da noi pare sempre duro, quasi di cartone: sfuma nel caldo o nella nebbia, senza trasparenza.

Diventa carta da zucchero alla fine dell’estate, se le piogge lo gonfiano e lo scoppiano in bolle d’acqua grossa. Poi  resta in alto una memoria di nuvole. Ci vuol tempo perché sgombrino.

Ma, nelle sere dell’estate piena, sul Po, il cielo ha tinte di pesca e d’amarena. Allora viene voglia di seguire il suo passaggio in ombra  e lasciarsi portare dall’argine che diventa strada: non più barriera per lo sguardo, ma segreto rivelato di due mondi, acqua e terra.

Di qua il paese, strade, case geometrili e campi geometrici. Alcune ville uccello, nuove e piene di ambizione, rimaste a terra per eccesso di vetro e di mattoni. La torre e il campanile. Lo scheletro di una fabbrica passata. I giardini lisciati e pettinati, con le magnolie lucide. La tendopoli gialla di un kiweto: onde di garza mandarina appuntate a pali di cemento. Un lago di plastica che abbaglia.

Di là il fiume, annunciato dalle tribù dei pioppi di golena o dalle masse scomposte di rovi e biancospini, di salici e robinie, il fiume con le  argille crepate o i bracci morti del corso che è già stato. A ricordare le onde, restano lembi di distese nude: grinze, increspature, ditate umide di fiume sulla creta.
E’ terra materna, questa, che accoglie e non respinge. Tiene sulla crosta una memoria di trilli e zampettii. E resti di rami: gesti di alberi fermati nel gesso della malta. E garbugli di tronchi vecchi, venuti a morire qui, come derive di scontri e di correnti. Fra ragnatele di fango e brandelli di plastica indurita.

Poi, finalmente, l’acqua, l’acqua viva sotto il ponte, un’unghia che graffia le sue rive e mangia e aggiunge con tempi tutti suoi, eppure placida e distesa. Matura nel flusso e nel colore.

E’ ampio il fiume, qui.”

(incipit di un mio racconto pubblicato da Fusta editore ne La regale Marginalità)