Si è rotto un cucchiaio di legno. Per la verità sarebbe una specie di paletta. Semplice, tutto sommato: poco più di un bastone leggermente incurvato, con un manico cilindrico e la parte finale piatta e larga, come il piede di un’oca, ma tagliato di sbieco.

Erano anni che avevo quell’utensile. Mi pare me l’avesse regalato mio zio.

Lui abitava in una casa fra i boschi. Da giovane ci portava le bestie al pascolo, poi negli stessi boschi si è costruito una capanna dove nascondersi nell’inverno del ’43 – ’44, prima che aderisse alla brigata “Panevino”. Dopo la guerra i suoi boschi sono tornati ad essere il suo lavoro: legna da ardere, fascine, legna da lavoro, castagne, e le ultime carboniere, oggi praticamente estinte.

Di legno, forse, era fatto anche lui. Un legno secco e nodoso, resiliente, ma pure molto rigido e inadatto ai compromessi. In tarda età gli era stato proposto di scendere a valle, di prender casa in paese, vicino alla farmacia, agli amici. Ma no, di questo proprio non si poteva discutere.

L’età non gli consentiva di far quello che gli sarebbe piaciuto o avrebbe voluto, e allora, soprattutto nei lunghi inverni solitari, riparava mobili, impagliava sedie, costruiva sgabelli, panche, costruiva piccoli e resistentissimi cestini, come anche i famosi cucchiai di legno.

Quello che un tempo era il seccatoio delle castagne era diventato il suo laboratorio. Una piccola stufetta a legna “rompeva l’aria” consentendogli di resistere per qualche ora. Non aveva utensili elettrici, eccettuato un trapano, che cavava fuori dalla sua custodia con la stessa cura e ritualità che il cerimoniere adotta per estrarre una tibia di un santo da un reliquiario d’argento.

L’ultima volta che l’avevo visto all’opera stava costruendo la porta del pollaio. Da quattro rami di castagno selvatico aveva ottenuto, a forza di pialla e coltello a due manici, quattro listelli sgrossati, ma dritti. Più un traverso centrale. Li aveva quindi vincolati tra loro con l’antico sistema del tenone e mortasa (come dire maschio e femmina) come detto, senza utensili elettrici: scalpello e pazienza.

Montata su cerniere di recupero, quella porta è ancora lì oggi, e son passati venticinque anni. Assolve alla sua funzione splendidamente.

Gli utensili da cucina erano lavoretti da relax, per lui. In gran parte si potevano fare da seduti, armeggiando con il ciocco di legno appoggiato su una forte tela di sacco tenuta sulle gambe. Scalpelli neri e antichi, affilatissimi, con i quali sarei riuscito solo a scarnificarmi. Lui armeggiava, sgrossava, raspava, ed ecco inesplicabilmente da un ciocco rustico uscire un cucchiaio, un forchettone, una paletta. Per puro diletto aveva realizzato alcuni utensili fuori misura, per bellezza, come si dice, cioè da appendere al muro in cucina. Si trattava di un cucchiaio grande come due scodelle, rotondo, preciso e dal manico lungo e dritto. E un forchettone a tre rebbi, largo quanto una grossa pentola, ma perfetto nella sua simmetria e nella finitura.

Forte di questi ricordi ho dichiarato pubblicamente in casa che avrei sostituito il cucchiaio di legno con uno nuovo, costruendolo io stesso, discendente di gente tanto brava a far cose con le mani, avrei fatto altrettanto, magari con l’ausilio di qualche utensile elettrico.

Il programma era: vado nel bosco, prendo un pezzo di legno, lo sbozzo, lo rifinisco con la carta vetro, ed ecco fatto. Poi vado al bar a prendermi un caffè e se avanzasse un po’ di tempo mi lavo i capelli.

Ho scoperto che “il bosco” è troppo generico. E che i nostri boschi sono ricchi di piante, sì, ma spesso troppo piccole, secche, storte. Per non parlare del fatto che spesso si tratta di castagno (non adatto) e per di più secco. La “gaggia” (robinia pseudoacaicia) meno che mai, fibrosa e presto marcia. Ci vorrebbe dell’acero. Averne. Ma non ce n’è. O ce n’è poco. O anche del frassino. Al limite del carpino, dell’olmo, dell’ontano. Ma i rami rotti che trovo sono piccoli, storti o mezzi marci. E il primo giorno se n’è andato così, a passeggiare per i boschi.

Nel secondo giorno mi è venuto in mente che nella legnaia ho ancora dei bei ceppi di frassino, destinati alla stufa. Bene, ne caverò un pezzo per lavorarlo. Basta un colpo deciso di scure e… Ma la scure dov’è? Da un po’ mi faccio portare la legna già pronta da mettere nella stufa, e la scure cerco di usarla meno che posso, perché strumento straordinariamente pesante, dunque faticoso. Alla fine la trovo. Al primo colpo sbaglio, al secondo la pianto in un nodo e impiego un oretta per cavarla fuori. Al terzo spicco una fetta di legno apparentemente adatta, ma si è scheggiata, e non si può usare. Al quarto vien fuori qualcosa di meglio e lo metto da parte. Sono sudato marcio, affranto e il tramonto mi dice che la giornata è ormai passata.

Terzo giorno: ora con il coltello a due manici proverò a spianarlo. Ma dove lo fermo? Come lo fermo? E se fosse sgrossarlo con l’accetta? Piano piano provo, ma faccio danni. Scopro anche che alcuni nodi nel legno, piccoli, ci sono anche qui e che impediscono di lavorarlo come se fosse un pezzo di polistirolo o di creta, tutto omogeneo. Il legno ha il suo verso, e prenderlo al contrario è come accarezzare un gatto contropelo.

Dopo essermi tagliato e schiacciato dita diverse, con i piedi gelati, il naso ghiacciato e i capelli (da lavare) arruffati (avercene!), rimiro la mia opera: a tutto somiglia, meno che a un utensile per uso umano. Sento su di me gli sguardi degli avi, silenziosi e contriti: “Manco un cucchiaio di legno è buono a farsi!”.

Dalla legnaia cavo fuori un nuovo pezzo, che mi pare più adatto. Lavoro di buona lena e sospendo quando la fame mi indica che è ora di avvicinarsi al desco.

All’indomani, quarto giorno, indomito, riprendo. Taglio, sego, scheggio, limo e raspo, tutto con circospezione, perché le mie dita fasciate mi ricordano di cosa si nutre la lama dello scalpello (risposta: di ciccia di bischero). Levigo per bene il tutto e reco in casa, con immensa soddisfazione, il mio strumento. Lo appoggio sul tavolo con la stessa enfasi con cui un cacciatore di quindicimila anni fa gettava a terra, nella sua grotta, ai piedi della sua famiglia, un facocero appena ucciso. Sono soddisfatto.

Guardo meglio: è poi nient’altro che un cucchiaio di legno. Nel negozietto di cianfrusaglie un coso così, ma più bello, costa un euro. E tu, penso, ci hai messo quattro giorni, freddo, tagli nelle dita, per fare quell’affare lì, che se te lo dimentichi sulla pila della legna va a finir nella stufa. Ecco. Ed ho provato una certa vergogna e una certa consapevolezza. Vergogna, perché non sono buono a costruirmi e a produrre da me quello che mi serve, e dunque sono e sarò sempre dipendente, subordinato a qualcuno. Consapevolezza, che la capacità di costruire utensili, di prodursi il cibo, di farsi una casa e scaldarsi, sono cose ataviche, ma non genetiche: voglio dire che non basta essere discendenti di persone capaci a vivere “into the wild”, come si dice ora. Però si può imparare. E non è neppur detto che ci sia bisogno di isolarsi completamente dal mondo e vivere come mille anni fa. Basterebbe anche solo erodere il monopolio del mondo consumistico e affiancare al sistema alienante del lavoro-profitto-consumo, il recupero di qualche pezzo di terra da coltivare, di bosco da tagliare per scaldarsi, la frutta del proprio giardino, il pane del proprio grano, ma anche delle proprie storie da condividere, della propria musica cantata e suonata e non riprodotta, delle proprie danze, i propri giochi e per finire anche un cucchiaio per il proprio desco. Di faggio o di frassino, magari.