Di Maena Delrio

Ho finito di leggere Come foglie, di Alessandro Marenco.
Delicatissimo, nell’accarezzare con parole leggere le ruvide zolle di terra dalle quali nascono i suoi protagonisti, uomini e donne di un’Italia rurale a cavallo tra le guerre mondiali, restii al cambiamento ma fatalisti nell’accettarne le conseguenze. È ineluttabile lo scorrere della narrazione, simile a certi torrentelli tranquilli che a tratti interrompono placidamente la discesa verso il destino, raccogliendosi in pozze profonde, salvo accelerare bruscamente poco dopo, per ricadere a valle, sottoforma di flutti agitati. In quei frangenti, gli avvenimenti investono con furia tutto ciò che si frappone al loro passaggio. Vi aspettereste la catastrofe, il boato, la deflagrazione. Invece no. Marenco li condensa in poche frasi secche, brevissime, risolutive. Avvenimenti così drastici e imperativi che il lettore non può arrestarne il flusso, mentre legge avidamente, trattenendo il respiro.
La penna lieve ma incisiva di Marenco plasma donne fatte di spine, sottili ma non fragili, acuminate, ma non per ferire. Donne che danno la vita mentre gli uomini la tolgono, che tacciono ma nascondono le parole nella profondità degli sguardi, nella callosità delle mani lavoratrici; capaci di non farsi trascinare dall’onda di piena, con la naturale attitudine alla resilienza che ne traccia il carattere distintivo, mentre gli uomini vengono travolti dalle debolezze, dalla fame e dalla vanagloria, dalla superbia e dal destino che li strappa via dalle case, sottoforma di chiamata alle armi, o di terra promessa al di là dell’oceano. Donne capaci del perdono totale, definitivo, la virtù più grande che un cuore possa albergare.

Come foglie è necessario, come il pane, come la terra. È origine, e l’origine è donna. Ed è solo dall’origine, che può radicare la speranza, e con essa il futuro.