di Bianca Bonavita

Diserto ancora il linguaggio che assorbe ogni gesto.Dalla terra diserto il ritorno alla terra, diserto i soporiferi saperi sapori, gli insipidi saponificatori, alla cultura delle colture preferisco allora l’incolto raccolto di chi è stolto, preferisco la selva alla melma delle parole con cui s’ impastano le lingue biforcute o soltanto un po’ confuse, comunque non argute.
Diserto la produzione e la coproduzione, la certificazione e l’autocertificazione, il consumo critico e quello acritico, diserto la narrazione della narrazione, diserto il dialogo con l’istituzione.
Dalla terra diserto quando posso la fatica, l’etica del lavoro, la sveglia presto la mattina, diserto i contadini eroi e i primi piani da copertina, diserto l’estetica della campagna e l’epica contadina. Alle fiere e agli eventi preferisco le sagre della parrocchia, il troppo stroppia, preferisco una pannocchia.
Diserto sì le esposizioni ma anche le manifestazioni. 
Diserto i marchi ma diserto i veleni, diserto i venti trattamenti di rame perché piove, anche i dieci, anche i cinque, li faccio a spalla, ne faccio due, e lo bevo uguale il mio vino, anche se non è rotondo, anche se non è famoso in Italia o nel mondo. 
Diserto il vino divino, se così dev’essere preferisco vada in aceto, ché col radicchio ci sta bene, e uno spicchio d’aglio lo spegne. Diserto ogni guida di vini, preferisco un Giuda di-vino.  
Diserto i profeti, non per loro che per lo più son discreti, ma per chi li porta sempre in bocca, che forse non lo sa, così si trasforma in merda di guru ciò che si tocca.
Diserto la gestione ma anche l’autogestione, l’identità e la contaminazione, diserto il sociale, lo spazio, lo spazio sociale, la letteratura sociale, la questione sociale, i social, gli antisocial, i local, i glocal, la socializzazione e ogni forma di vaccinazione. 
Diserto il cibo sano e il cibo industriale, la lotta integrata e quella disintegrata.
Diserto il Sana, Fico, Eataly, Slow Food, show food, fast food, finger food, diserto Icea, diserto l’Ikea, diserto la Cia, Coldiretti e pure quelli indiretti, Naturasì, natura no, diserto Vivi verde e Muori lo stesso, diserto Vandana Shiva e Carlo Petrini, diserto Terra Madre marchio registrato, diserto i prèsidi e i presìdi, diserto il mercato della terra, il mercimonio della terra, diserto tutti i mercati, i supermercati, gli ipermercati, gli oltremercati, diserto tutti i fatturati.
Diserto le etichette e i retrogusti fruttati, diserto i frutti avvelenati, diserto gli aggiunti solfiti, diserto chi fa poesia sui gusti sofisticati e chi confonde la rivoluzione con un processo di produzione. Diserto il successo del proprio farsi imprenditore, diserto la crescita dell’azienda e pure la decrescita, diserto la dismisura, i dipendenti, il commercialista ed è ancora lunga la lista, diserto la contabilità e la sostenibilità, diserto le serre, la plastica nei campi, campi di plastica, plastica nei mari, diserto la grande distribuzione e la piccola distribuzione, diserto il vivere per lavorare, l’orgoglio delle mani grandi, diserto il saper fare. 
Diserto lo spettacolo, la vita spettacolare, la terra spettacolare, il linguaggio spettacolare. Diserto i chip, i microchip, le app, i clic, le piattaforme, le mappature, i reportage, diserto i foliage, i villaggi della salute, le s.p.a. e le spa, diserto i resort, diserto i Dio resort, diserto la resortizzazione delle campagne, diserto la desertificazione delle compagne, diserto i fondi, i latifondi, i prestiti, i contributi a fondo perduto, diserto l’aiuto dello Stato.
Diserto la monocoltura, diserto i filari ordinati e addomesticati, diserto i personalismi, diserto il metterci la faccia, me la tengo stretta perché poi si stropiccia. 
Appena posso diserto i trattori, i rumori, i motori.
Diserto i vernissage, le apericene e le degustazioni, diserto le inaugurazioni, gli anniversari, le celebrazioni e soprattuto le autocelebrazioni, diserto la resistenza e la resilienza, la transazione e le transizioni, i rapporti e le relazioni, diserto l’Italia che cambia e quella che resta uguale a se stessa. 
Diserto papa Francesco e tutti i papi buoni che Dio ha messo in terra per farci più caproni.
Diserto tutti i padroni nascosti sotto la maschera di compagnoni, diserto chi si sente migliore solo perché compra dai contadini.
Diserto anche i nomi, le firme, i cognomi e se li incontro nel bosco diserto pure gli gnomi.
Diserto chi va in parlamento contento e che si dice compagno senza sgomento.
Diserto i miti, le icone, i messaggi, diserto i saggi, diserto i quotidiani miraggi, i viaggi diserto le vacanze e certe stanze che odorano di parole ammuffite, di assemblee deperite.
Diserto la rete e il fare rete, diserto l’ottimismo e il pessimismo, il facile entusiasmo, diserto, come disse un tossico di via Zamboni, l’imperante paraculismo di un certo sinistro radicalismo.
Diserto la città, spero che sprofondi in un tombino, spero che bruci in un cerino, spero che le radici dei tigli nei viali divelgano l’asfalto, e ovunque rovi all’assalto, e albe di vitalbe avvilupparsi ai palazzi, e i pazzi finalmente nudi a dirigere il traffico della fine ai semafori spenti e a fare da spot tra le macerie dei grattacieli di Uni-pol-pot, e fichi, acacie e ailanti e pioppi e olmi e sambuchi e aceri roveri e gelsi a riprendersi il cielo e silenzio a riprendersi il buio e canti lontani sulle colline, cantilene antiche e tamburi senza fine.
Diserto la campagna che va in città e la città che va in campagna, perché la città è ovunque, è il grande inferno che scontiamo. La città è tutta. 
E la terra è soltanto un esilio in cui combattere la propria sconfitta.

Bianca Bonavita è autrice di Humus e di Discola.