Sono andato a incontrare un distributore. Pochi convenevoli, catalogo alla mano, dritti al punto.

“Sì, alcune cose sono interessanti, direi la parte manualistica, soprattutto… Per la narrativa lasciamo stare, non stia neppure a proporcela”.
“Perché?”
“Perché c’è l’inflazione. Scrivono in troppi. Allora: o un autore è conosciuto, o ha scritto qualcosa che non si è mai visto prima e crea passaparola, oppure lasci stare che perdiamo tempo. Per chi non è già noto o scrive l’ennesima storia come fosse chissà quale storia, è sufficiente un po’ di mercato locale e basta così. Se vuole inviarceli lo fa a suo danno, perché le copie torneranno quasi tutte indietro.”

Brutto, vero?
Eppure chi si occupa professionalmente di editoria conferma che è solo così e – complici il selfpublishing, la stampa a basso prezzo, le finte case editrici di fatto tipografie che stampano a pagamento, l’illusione che basti fare un corso di scrittura per sentirsi in diritto di pubblicazione, l’altra illusione che si può scrivere senza avere fondamenta solide di grandi letture e bella letteratura… e tanto altro ancora – gli spazi sono sempre più stretti.

Non basta avere una storia da raccontare e non basta scriverla in forma corretta e in modo comprensibile (e quando succede, assicuro che è già molto). Ci vuole tanto di più: dire ciò che non è stato ancora detto oppure dirlo in un modo che non è stato ancora tentato: il resto, quando può essere stampato è letteratura d’intrattenimento, buona per amici e parenti e che difficilmente andrà in là, oltre il cerchio di chi già ci conosce. L’andamento del mercato insegna che un romanzo o contagia l’attenzione e vola di bocca in bocca oppure dopo pochi mesi (o poche settimane) è spento.
Non basta la pubblicità, non bastano le recensioni.