Ero nella libreria del Gabbiano, centro commerciale di Savona. Ho incontrato Giusto, un amico di infanzia. Non si chiama Giusto, ma l’hanno sempre chiamato così, in famiglia e tra gli amici. Ed è sempre stato un giusto. Con lui era difficilissimo litigare, subire ingiustizie, atti violenti. Giusto è sempre stato quieto e positivo, ancorché dotato di un fisico asciutto e forte: era l’unico, a tredici anni, che saliva la pertica in palestra con la sola forza delle braccia.

Giusto era in libreria con la famiglia: la moglie e una figlia. Ci siamo aggiornati sulle nostre vite, poi ci siamo congratulati per quel che abbiamo. Mi ha presentato sua moglie e poi, senza imbarazzi, sua figlia: “Vedi, questa è la mia bimba. L’abbiamo iscritta all’istituto commerciale, quest’anno. Ma è autistica, non parla, non comunica, e allora ci trasferiremo anche noi vicino alla scuola, per poterla accompagnare”. Interviene la moglie per dirmi che la ragazzina è tanto sensibile, ma è difficile da mettere in relazione con gli altri.

Capisco. Cioè, non so: immagino. No, forse neanche immagino. Io che sono un caciarone, abbraccione, casinista, arruffone e approssimativo, ora ho davanti questo scricciolo biondo che si tiene le mani e guarda il soffitto con determinazione.

“Vedi – dice Giusto rivolgendosi alla figlia – questo è il mio amico Alessandro, eravamo molto amici da ragazzini”.

Lei distoglie gli occhi dal soffitto, li rivolge a me. Ha due occhi grandissimi, azzurri come certe pietre, limpidi, grandi. Mi sento sul bordo del pozzo, ho le vertigini.

Lei allunga una mano diafana, leggerissima, verso di me. La colgo e la avvolgo, con entrambe le mie, di mani. Una falena in mezzo a due ciocchi di legna secca.

Ritrae le mani, senza smettere di guardarmi. Sta lacrimando in silenzio, gocciola proprio. Padre e madre sorridono, commossi. La madre ribadisce: è tanto sensibile.

Poi mi ha abbracciato. Si è riavvicinata e s’è abbandonata un attimo fra le mie braccia. Ho soppresso la voglia di stritolarla d’affetto, come troppo spesso faccio, e sono diventato anch’io falena, pure se forse di quel tipo di falene grossolane e un po’ pesanti.

A quel punto lacrimavamo tutti. Io spiazzato. Il padre e la madre stupiti. Lei perché ne aveva ancora qualcuna da servire.

Il padre, asciugandosi, mi dice: “Non tocca quasi mai nessuno, non gradisce essere toccata, meno che mai abbracciata”.

Ci salutiamo, emozionati. A presto, a presto. Mando baci, sorrido.

Perché lei mi ha donato questo contatto? Perché a me?

Io credo che la grazia si riceva nonostante tutto, che sia casuale, improvvisa e gratuita. Sta a noi coglierla. Ci passa davanti vestita da gatto, da tramonto, da vino, da amico, da neonato o da moribondo.

Quella ragazzina mi ha lasciato addosso un’emozione forte che non so descrivere, ed è per questo che ho avuto voglia di condividerla con voi.

Prestate attenzione alla grazia che avete intorno, non lasciatevi distrarre dalla stupida polvere di cui siamo intrisi.