Di Zena Roncada, autrice di ‘Margini’ e di prossima uscita ‘Le bambine’.

Le parole vivono e muoiono.
Talvolta si fermano nell’attesa di una carezza, covano dolcezze in frigoriferi remoti o intristiscono dimenticate ai bordi di un cassetto.
Si guardano allo specchio se parlano da sole, ma anche scoppiano con fragore d’arduo dirupo che frana, limano le unghie per calcolati affondi o per certe improvvide felinerie di graffi.
Poche volte solo s’addormentano, paghe di quel che han detto, più spesso s’incupiscono in stagni di fraintendimento.
E per vederle femmine, ah per vederle femmine … le parole han bisogno di sguardi profilati, di duelli in punta di fioretto, allora disegnano la bocca di malizia e accendono gli occhi.

Piace, ogni tanto, far la conta di quelle che accompagnano la vita .
Le mie, la mia.
Piace stenderle sul filo.
Piace  toglierle dal libro di sabbia, scuoterle piano e secco, col polso che si fa becco di cicogna.
Piace rinfrescarle d’aria e d’amido (in fondo sono come doti, in pile di tovaglie e tele fine, regalo di una cura all’odore di lavanda e orgoglio, che si dà a dozzine).
Con le parole è come con le cose: se non si ripassano, si finisce con l’usare sempre quelle.
I gesti hanno pronta la domanda e i rapporti tacciono in (intrecciati) tesori sottintesi.
Meglio, allora, per una volta, dispiegarle, lisciarle e ripiegarle in file nuove, ma senza l’etichetta; solo un’immagine a tenerle a bada.

Parole “ponte”, e sul ponte scorrono le idee: il ponte annoda  e stringe, viola la separatezza e profana la distanza, preso d’amore per quell’altra sponda.
Belle le parole-ponte. Vivono fra isole. Prendono per mano, a ritrovare quelle del fiume, del mare e del lontano.
Ma stasera, che è sera di folgori e di buio, vorrei scovare e stendere sul filo parole d’orecchino.
D’oro e messicano.
Gabbiette luccicanti con cuore di lucciola viva, al posto del diamante.
Parole nella sera, non fresche, non fruscianti: parole a disperdere ansia, a salutare partenze o ritorni, ad augurare rotte, parole che accompagnino come gli sguardi buoni, sorgive e luminose.

Chè, non han nemici le parole, se non l’opacità.