Di Alessandro Marenco

Un romanzo, una storia, come si impostano? Come si scrivono?

Trovo che avendo in testa un soggetto, un avvenimento da narrare, sia importante costruire il teatro delle operazioni. Può essere un luogo fisico o un luogo mentale, uno spazio ristretto o lo spazio siderale intergalattico, poco importa. L’autore è il demiurgo, può fare e disfare tutto quel che vuole.

Naturalmente ci vuole senso della misura: attardarsi a costruire ogni singola foglia di ogni singolo albero per dare verisimiglianza ad un bosco è sbagliato e da folli. Solo il Demiurgo, quello vero, può farlo senza impazzire. Noi mortali ci dobbiamo accontentare di poche, sagaci pennellate, a rappresentare tutto quello che non si dice. Anzi: pare che i più bravi siano proprio quelli che suggeriscono appena, svelano senza rendere esplicito, destando profumi, emozioni, colori, sentimenti, più di fatti, luoghi od oggetti.

Creato il teatro (si badi: questa prima operazione si può fare senza scrivere una riga, in treno, nel letto al buio, mentre si guarda un programma tv particolarmente insulso) si passa ai personaggi.

Siano questi animali o umani, necessitano di un carattere. Proprio come nella realtà, se si fornisce un personaggio di un carattere scialbo, scarso, insipido, allora non starà in piedi da solo. Il soggetto ha bisogno di avere un marchio, buono o detestabile, ma che sia leggibile. Forse anche subdolo, imperscrutabile, ma che possa fissarsi nella memoria, che in qualche modo si possa conoscere così come conosciamo le persone nella vita reale. Il lettore dovrà essere rassicurato, per un verso, dal suo comportamento; e per un altro si dovrà sorprendere, dicendosi: “Questo da lui non me l’aspettavo”. Sulla sorpresa inaspettata l’autore dovrà essere particolarmente cauto e sobrio: un personaggio che stupisce di continuo non stupisce affatto, se si sparano subito tutti i colpi d’artiglieria si finisce a far battaglia a pietrate, e non è bello, oltre che poco vantaggioso.

Quindi: un soggetto, il teatro, i personaggi. Il primo è fatto. Il secondo pure e non è che si possa cambiare in corso d’opera; oppure sì, ma con gran parsimonia anche questo. Il terzo, abbiamo detto, se è ben fatto, si racconta da sé, cioè non può compiere atti profondamente avulsi dal suo carattere. Qualche sorpresa può andare, ma quel che è fatto è fatto.

 A pensarci bene se uno costruisce bene il cantiere, l’opera si fa da sola. L’autore dovrà solo impilare i mattoni, distendere la malta, controllare ogni tanto il disegno in modo da non derogare troppo dai volumi e forme stabilite. Qualsiasi stortura, inadeguatezza, licenza eccessiva, sbrodolamento retorico, inficerà la statica dell’edificio, causandone, prima o poi, il crollo. Nessuno si farà male, certo. Salvo l’amor proprio dell’autore quando si sentirà criticato (se troverà qualcuno sincero).

Dunque, cosa resta all’autore se tutto è stabilito? Lo scrivere, puro e semplice. La costruzione di periodi brevi e comprensibili, dove si usano tre parole per dire cose che si possono dire con tre parole. E queste tre parole sono comprensibili, consuete (non banali, non televisive, non slogan), al massimo scardinate dal loro senso quotidiano e usate come un grimaldello per far scoprire al lettore un punto di vista sorprendente cui non aveva mai pensato.

Dunque l’autore, concludo, non ha nessun potere, o pochi. E’ vero: nel romanzo comanda tutto il protagonista e il suo carattere. Egli non si piegherà mai alle bizze dello scrivente. Se è ben fatto vivrà quasi di vita propria, immateriale, ma coerente e coinvolgente. Nel mondo emblematico del romanzo, del racconto, il demiurgo, nonostante il potere di creare o distruggere, non potrà niente, di fronte a un personaggio riuscito.