Mario Enrico Cerrigone legge Francesca Pachetti

Se il compito della filosofia è quello di interrompere il flusso insensato di frasi e suoni, non per giudicarlo, ma per riportarlo nel suo luogo originario, allora questo libro è filosofico nel senso più eminente. Il libro a cui mi riferisco si intitola La raccontadina, ed è scritto da Francesca Pachetti.
Nel libro si dice che Francesca Pachetti è contadina, e certamente pochi elementi sono tanto originari quanto la terra; eppure avere a che fare con questo elemento non basta per poter sviluppare una certa attitudine filosofica. Lo dicevo all’inizio: la filosofia è l’arte di interrompere il fluire insensato delle frasi per condurle là dove esse possono ricongiungersi con la loro origine, e quest’arte dell’interruzione può essere riassunta in una sola capacità: quella di produrre meraviglia. Si tratta di un’attività che il filosofo condivide con molte altre figure, il poeta, ad esempio, il pittore, il mago, il narratore, il mangiafuoco, l’atleta e persino lo scienziato.

Ma vorrei spiegare per bene perché trovo questo libro filosofico nel senso più alto, e vorrei farlo con un esempio: prendiamo il racconto con il titolo più filosofico di tutti, quello che si trova a pagina 133 del libro e che si intitola, appunto, ‘trascendere’. Si tratta di un racconto che inizia con la meraviglia dei suoi clienti per il fatto che lei, Francesca, non innaffia i suoi campi, e ci sono delle ragioni precise per cui non lo fa:

Quando si va a trapiantare, la pianta è piccola, ha radici sottili, piccole anche loro. Quando si va a trapiantare si dà completa fiducia alla pianta, lei sa come fare, contiene la saggezza di milioni di piante prima di lei, figuriamoci se non sa come organizzarsi per la sopravvivenza. Non scherziamo dai!

Ma, forse, più interessanti sono le argomentazioni successive che danno ancor più corpo alla sua strategia:

Annaffiare significa mettere le sue radici nella condizione di non fare ciò che deve e sa fare: scendere in profondità per cercare la terra fresca. Se la terra viene tenuta con cura, il sotto, la profondità, resta sempre fresco. Significa impedirle di rafforzarsi, toglierle il potere e la forza che ha.

Benissimo, ma adesso proviamo a porci una domanda: noi dobbiamo considerare questo passaggio un’interessante strategia di coltivazione, oppure una splendida metafora che offre un’indicazione fondamentale sull’educazione dei figli in una società, la nostra, ossessionata dall’accudimento e dalla protezione? Non dovremmo, forse, domandarci se quell’idea che annaffiare le piante “significa impedirle di rafforzarsi, togliere il potere e la forza che ha” non sia anche un atto di accusa contro la nostra società dei consumi che cerca di barattare una vita di agi e confort in cambio di un esproprio di potere sempre più ampio? Non dovremmo forse meravigliarci del fatto che ci possa essere un’attività educativa che nasce dall’inattività? (A proposito di società che producono impotenza, per chiudere questo primo cerchio, suggerirei di leggere, dopo questo racconto, ‘porti dentro’ a p. 174).

Ma vorrei aggiungere anche un secondo esempio: a p.120 del libro c’è un racconto dal titolo ‘il primo frutto’:

Il primo frutto si dà sempre alla terra, glielo si lascia. E’ un modo per ringraziare tutti gli esseri visibili e invisibili che hanno contribuito a farlo crescere. Io faccio così. […] – Ma se non fosse per te che hai seminato, curato, rincalzato, non ci sarebbe! – Si, ma se non ci fosse la terra a generare, i lombrichi a fertilizzare, le api a impollinare, il cielo ad annaffiare, vuoi che continui? – no no, ho capito.

Anche in questo caso bisogna risolvere un dubbio, ci troviamo di fronte ad un rito sospeso fra scaramanzia e superstizione? Oppure questo gesto pieno di poesia rivela una visione integrale del mondo? Uno sguardo non solo capace di ricostruire un certo legame meno rapace con l’ambiente, ma anche in grado di ridare spessore all’idea di comunità?

Sarebbe bello, quasi un miracolo se lo capissimo davvero, davvero e una volta per tutte, così si potrebbe tornare a ringraziare, finirla di usare e consumare, si potrebbe tornare a dare un giusto peso alle cose, tutte, un valore, una misura. Quella giusta.

E gli esempi di questa arte del meravigliare potrebbero moltiplicarsi ancora, da ‘rapidi, bietole, cavolo nero” (p.110) a ‘25 aprile’ (p.124); da ‘termometri interni’ (p.159) a ‘sii gentile’ (p.196). 

Insomma ci troviamo di fronte ad un libro che ‘misura la febbre in brividi’ e il resto a ‘buon senso, a cuore, a occhio, talvolta a circostanza, a baratto, a regalo’ e, facendo questo, desta meraviglia e meravigliando realizza uno di quei compiti di cui il filosofo parla con una certa ritrosia, ovvero che, essendo stato rapito, rapisce chi lo incontra: essendosi coltivato, può coltivare.

Mario Enrico Cerrigone è autore di La verità non si dice