di Zena Roncada

Lo ripeteva sempre: non amava le storie complicate.

Quelle han bisogno di sfondi e congiunzioni, di partenze e arrivi, di colpi di scena, pure retroattivi.

Plot al sapore di saga.

Per questo soppesava i libri dall’esterno, con sguardi misuratori: smilzi, solo libri smilzi.

Magari blu.

Di dorso.

(I libri blu e stretti spariscono appiattiti contro il bordo della libreria: si stringono senza invadenza. Non possono contenere storie che s’ingarbugliano di meandri.)

Nelle storie complicate accadono troppe cose, fra copertine rigide e spesse, color bordeaux.

Chi legge sa d’avere cuore in eccesso e occhio, anche.

Tanti personaggi a fare fitto nella trama.

E slarghi: le storie complicate hanno sempre una curva del destino, uno spiazzo per parcheggiare una scena grande.

E allora, allora poi tocca cercarli nella folla, i personaggi.

Collocarli è niente, è il seguirli, ché poi si perdono di vista, fino ad averne roso il cuore. 

E il curarli… Curarli è difficile.

Nelle storie complicate ci vuole del bel tempo.

Per fare cadere le cose. Le cose van preparate: c’è bisogno di quello che accade prima e di quello che accade dopo. C’è bisogno del durante.

Per questo bisogna tagliare e ricucire, far collimare i bordi e togliere togliere togliere.

Il personaggio va a letto la sera ed è già mattina. Settimane costipate in tre righe, punto e a capo.

Storie collezioni di sabbia.

Quante erosioni di pietra pomice.

(Dove vanno a finire i brandelli di storia non narrata? Le notti dormite dei personaggi, le pause nella vasca e i viaggi col volante fra le mani e canzoni a pezzi per la gola?Dove vanno a finire le ore con  la testa fra le mani di un pianto? E le attese e  i dialoghi taciuti e le maledizioni dentro gli occhi?  La giacchina ben lisciata sul petto dalla contessa, prima di uscire alle cinque)

Pensava, il ragazzo nervoso pensava, di fronte alle copertine bordeaux, spesse di vite.

Pensava agli scampoli di storia gettati al vento, per far posto a tutto, a tutti.

Scampoli lasciati a girare nell’aria in cerca di un contatto, filamenti di storie, sbattute come preghiere tibetane.

Parole vaganti filanti silenti.

Fi-lamentosa voce delle storie a brandelli.

E personaggi dimezzati e contratti, con la parola mozza e coi pensieri a seccare.

Nelle storie complicate, a furia di tagliare, si va a cataloghi di esistenze, si corre, diocomesicorre.

Nelle parole, pesanti del taciuto.

Lui, il ragazzo nervoso, l’aveva bene in testa la storia giusta.

Giusta.

Una storia da libro blu.

Una storia in cui non accade nulla.

Solo un gesto che si compie nella sua immediatezza e pianta la sua differenza, da foglio sottile che separa la risma.

Una storia in cui niente si trasforma se non nell’impercettibile, nell’intrattenibile: nella lentezza del mimo che allarga la bocca nel sorriso di un pianto prossimo.

Cogliere il momento in cui avviene il passaggio di una consegna o l’affidarsi segretamente a un altro destino.

Sorprendere la vita nel cambio di turno.

La pelle che tradisce la ruga.

La mela verde che diventa rossa.

Il petalo che si aggrazia nel dolce di una curva, staccandosi dal boccio duro, rigido.

L’attimo del grido che si spegne e diventa silenzio.

La storia di un solo volto che si gira piano piano (lieve torsione del collo, capelli indecisi sulle spalle) e dà il suo profilo.

E il profilo, di colpo, dentro la vita, per sempre.

Zena Ronca è autrice di Margini e dell’imminente Le bambine.