piccolo sfogo di un editor modesto, afflitto e un po’ depresso

di Massimo Angelini

dài… togli qualche parola!
– ma se non mi hai ancora letto?
– sì, hai ragione, ma fingo di sapere che c’è sempre qualche parola di troppo.

è difficile da dire e da pensare, ma spesso le parole nascondono più di quanto siano raccontare; talvolta coprono quello che basterebbe all’evidenza; certe volte fanno solo rumore, distraggono il lettore, lo portano fuori strada

per pentàgora, in sei anni ho curato la revisione di oltre 50 libri; gli autori, e solo loro, sanno cosa è successo: piccoli aggiustamenti, sforbiciate nette, scomposizioni e ricomposizioni oppure nulla…

ma oggi non vorrei più continuare, perché nel tempo – mi sono accorto – sto diventando diffidente,

e diffidente chiedo: 
perché dire con venti parole quello che si può dire con cinque?
e perché dire con cinque quello che puoi tacere?
hai misurato quanto possono essere eloquenti i silenzi, quanto più delle parole?
perché pensi che il tuo lettore sia un po’ stupido e, perciò, vada tenuto per mano, fino a segnalargli, con le virgolette: guarda! questa parola è usata in modo improprio, non la prendere alla lettera, mi raccomando.
o fino ad avvertirlo che ora c’è un discorso diretto. non si capiva?
perché affliggere il lettore – che, hai deciso, non ce la può fare – suggerendogli ripetutamente chi dice cosa 

Maria disse: – ciao Carlo. 
e Carlo rispose: – ciao Maria. 
e Maria proseguì: – come stai Carlo. 
e Carlo ribatté: – io bene, Maria, e tu?

perché dettare al lettore sensazioni, sentimenti, opinioni?
e tagliali quegli aggettivi e quegli avverbi modali! ti stai mettendo al suo posto, lo stai malconsiderando
e non cercare di spiegare tutto, prendi quel periodo così ben costruito e tondo, e mozzagli una parola ogni tanto, così che chi legge si senta strappato dalla lettura passiva, si accorga che manca una parola, entri in gioco, provi a metterla al posto tuo

e poi…

e poi mi sto convincendo che quando si scrive diverso da come si parla, si scrive finto, si scivola sotto una maschera, si stucca il pensiero zoppicante col cerone delle parole

– sai, questa cosa a voce la saprei raccontare, ma se devo scriverla…
– se devi scriverla?
– se devo scriverla, ecco, non mi viene.
– e allora scrivila come la diresti.
– eh, ciho anche provato, ma poi non ci si capisce un cavolo di niente.
– allora, prima prova a dirla!

prolisso, retorico, pesante di virgolette o di maiuscole allusive, argomentativo allo sfinimento, ripetitivo, distante da come si parla normalmente oppure implicito di chi scrive solo per sé ( e quindi gli basta capirsi da solo), monotono come quando in un romanzo tutti i personaggi parlano nello stesso modo (quello dell’autore) e allora è evidente che ci stanno per finta, autoriferito, autoriferito che se l’inchiostro fosse acqua più del foglio ci vorrebbe un pannolone… 
eddài, toglila qualche parola, e se nel parlare sei chiaro scrivi come parli
e poi, magari, rileggiti con le orecchie.