di Zena Roncada

Il mondo ri-scritto diventa specchio o spartito in cui cercarsi, qualche volta trovarsi o riconoscersi (per intero, per unità discrete, a scaglie o a fi-lamenti). 
Forse in questo la scrittura trova la sua necessità.
Ciò che passa per la parola scritta nasce da una vita ed entra nella vita, non per portare o dare ordine, ma per essere la tela grande del possibile, il fondale dove trova spazio ogni proiezione ma anche ciò che è stato.
Così si spiega la scelta della Clelia.
Qui vicino c’è un paese che accoglie con la sbarra del passaggio a livello.
Non è né bello né brutto: è un paese e basta, coi portici diseguali e una chiesa che non dice niente. Mediatori in piazza, la domenica mattina.
Qui, però, c’è stata una donna vecchia, con gli occhi scuri di contadina furba: una che ha lavorato la terra, dove la chiamavano, ha fatto i figli e se li è tenuti attorno, perché non s’arrampicassero sugli alberi del padrone. Poi ha salutato il suo uomo, che se ne è andato sotto terra, e una notte ha tirato fuori dall’armadio un lenzuolo, che non avrebbero più consumato insieme.
A due piazze, grande, di dote.
Il letto era vuoto e lei se l’è spianato bene sul cuscino, e l’ha percorso, da un capo all’altro, con la penna a punta grossa, nera, e la scrittura di chi ha fatto poche scuole.
La Clelia ha scritto la sua vita su un lenzuolo di tela forte.
Avanti e indietro, coi numeri a sinistra per non perdere il conto,… i pensieri sì, … il filo sì, qualche volta si è perso, perché è lunga la strada da un bordo all’altro del lenzuolo, c’è un mare bianco in mezzo e le parole s’inchiodano dentro le rime in are, dentro le doppie che non fanno musica. Le parole acchiappano al volo gli accenti…, gli accenti sì che occorrono, per fermare la voce.
E i ricordi, anche i ricordi vanno e vengono…
Non c’è orologio a dar la dritta.
La mano non corre ballerina sulla tela, non scivola, fa onde, invece, che salgono e che scendono: rigano malferme malcerte il bianco, a dire quel che c’è dentro la vita e che può stare in un lenzuolo lungo e largo.
Sa di corpo, ‘sto lenzuolo. Solo a muoverlo, solleva tanti nomi: uno sciame di bruscoli, se una fascina cade.
È voglia di libro, ‘sto lenzuolo, e poesia.
A pensarci vien da chiedersi quanta tela occorrerebbe per scaldarci con la nostra vita.

Zena Roncada con Pentàgora ha pubblicato Margini.