Testo di Francesca Pachetti, con inserti di Massimo Angelini

Anna e Giuseppe quest’anno non hanno lavorato la loro terra.
Non hanno messo le patate e neanche cipolle e fagioli.
Non hanno piantato almeno mille canne, non hanno seminato contro luna, contro vento, contro ogni pioggia.
Anna e Giuseppe quest’anno hanno detto basta.
Non mi hanno mai detto una parola, non gli ho mai dato il buongiorno, sapevamo di esserci.
Tanto basta.
I primi ad arare, io li seguivo.
Il loro tempo giusto è quello che ho seguito per un bel po’, quello che poi è diventato giusto anche per me.
Non certo il tempo di sapere ma quello di sentire.
Quello di annusare l’aria, quello che ti porta nel campo senza alcun motivo apparente.
Ti devi alzare, smettere di fare quello che stai facendo e andare.
Là, poi, scopri il perché.
A volte decidi che, anche se è Gennaio, è il tempo buono per arare, perché poi pioverà molto e tutto sarà rallentato.
L’aria prima delle lunghe piogge profuma di malinconie, è inconfondibile.
Altre, senti che… no, quest’anno gli spinaci no, meglio più bietola.
Quando va male, invece, vedi che le foglie dei pomodori si stanno arricciando.
Aia!
Bisogna intervenire, oppure aspettare.
Talvolta sperare.
Ora non mi resta nessun altro, da guardare.
… intanto…
I nuovi contadini, sanno una montagna di cose. 
Un po’ moralisti, un po’ millenaristi, 
a volte teorizzano il ritorno alla terra anche se ci vanno a vivere per la prima volta. 

Fanno i test delle foglie malate per capire che tipo di malattia ha contratto la pianta.
Intanto, sì, penso a chi predica il ritorno alla terra e ai cittadini scolarizzati che, quando vanno a vivere in campagna, li riconosci facilmente perché sono quelli che fanno la lezione agli altri. 
Sono pieni di libri di agricoltura naturale, biologica, sinergica, allergica! 
Parlano con sicurezza del non-fare, di permacoltura, di orti circolari o a spirale. 
Vogliono salvaguardare la terra, davvero un buon proposito! 
Sì, un buon proposito, ma non basta.
Anche perché non è facile sporcare di terra le parole sull’agricoltura: ma questo è il tempo della comunicazione, è la civiltà dell’immagine, dove le parole bastano a sé stesse e qualche volta parla di più chi di più conosce eppure a volte meno sa.
Perché…

Non basta pacciamare, usare macerati, trappole.
Non basta conoscere ogni tipo di malattia, ogni tipo di cura.
Non basta saperla parlare la Terra, bisogna forse, solo saperla.
Ed io non lo so di per certo come si fa, so però che non esistono scorciatoie, forse non esistono risposte.
I nuovi contadini cercano le vecchie varietà, meglio se antiche, anche se ancora non hanno provato a zappare un orto; e appena lo fanno già si sentono contadini.
E le risposte che forse non esistono, quelle le hanno tutte, ma non hanno le domande.
Mancano le domande! 
Va tutto bene. Ognuno fa ciò che può e ciò che sa. 
E va bene, benissimo, provare a coltivare, e se si riesce a raccogliere qualcosa è meglio. 
Ma prima, anzi la prima
, per quel che so, la prima cosa da fare è chiedere, poi, aspettare.
Quando arriverà una risposta, quando si saprà leggere quella risposta, allora e forse da nuovi contadini, si tornerà a essere contadini.
Prima, prima di tutto, bisognerebbe imparare a coltivare il silenzio e il rispetto per chi il lavoro della terra lo fa davvero, e di agricoltura deve vivere, anche se i suoi metodi non sono biologici, né sinergici, né olistici, né naturali,
anche se non ha risposte, ma le domande le ha ben tatuate. Sulle mani. E sul viso. E sul cuore.