di Marzia Verona

Se vi dico “alpeggio”, a cosa pensate? Qual è l’immagine che vi viene in mente? 
Pascoli di alta quota circondati dalle vette, animali placidamente intenti a brucare, una baita in pietra. 
Qualcuno di voi ha immaginato anche una o più auto parcheggiate vicino all’alpeggio? Pensare che vi possano essere, vi dà fastidio?
È vero che il mestiere dell’allevatore di montagna, specialmente di quello che compie la transumanza a fine primavera per raggiungere l’alpe e a fine estate per ritornare in pianura o in fondovalle è ancora molto legato alle tradizioni, però anche in questo mondo molte cose sono cambiate. Il margaro, malgaro, alpigiano o il pastore vivono nel XXI secolo come tutti noi e, soprattutto, hanno a che fare non soltanto con ritmi e vincoli imposti dalle stagioni e dalle necessità degli animali, ma anche con normative ed esigenze tipiche dell’uomo moderno.
Scordatevi la caldaia in rame colma di latte che scalda su di un fuoco scoppiettante alimentato da profumata legna di larice (reperibile appena fuori dalla porta): le norme impongono un fuoco a gas, ma, per lavorare il latte, bisogna anche avere locali idonei, piastrellati, attrezzatura inox, e locali aggiuntivi se si vuole anche vendere il formaggio (la ricotta, il burro…) al turista di passaggio.
Questo è uno dei motivi per cui, in alpeggio, serve avere una strada.
Mi è capitato non di rado di sentirmi rivolgere questa domanda: “Qual è la tua posizione nei confronti dell’apertura di una nuova pista per raggiungere un alpeggio?”
Sapendomi amante della montagna, del territorio, del paesaggio, molti si aspettano una risposta “ambientalista”, ma invece io ho sempre detto che le strade devono essere fatte.
Sì, devono essere fatte proprio per far sì che quel territorio continui a vivere. La wilderness è un sogno per i cittadini, viverci è impossibile, la baita del nonno di Heidi va bene per le cartoline.
Se volete vedere i pascoli ancora utilizzati da mandrie e greggi, se volete vedere famiglie giovani che salgono con i loro animali in alpeggio, bisogna garantire loro un tenore di vita consono al XXI secolo. Il lusso in alpeggio è superfluo, ma avere un bagno, una doccia calda, la luce, la possibilità di portare su scorte di cibo periodicamente e non solo qualche sacco di riso e di polenta sul basto del mulo a inizio stagione è il minimo che si possa chiedere.
Così sono a favore delle strade. Piste ben fatte, non sfregi nella montagna che franano alla prima pioggia. Ovviamente quando vengono realizzate, inizialmente non sono “belle”. Bisogna prevedere interventi per rinforzare le sponde, eventualmente favorire l’inerbimento della terra che viene movimentata, predisporre canaline per lo scolo dell’acqua. Se ci sono antichi sentieri, bisogna cercare di rispettarli per quanto possibile.
Soprattutto, una volta realizzate, bisogna chiuderle al traffico: su sale solo l’allevatore, la sua famiglia, chi occasionalmente li raggiunge per scopi di lavoro (per esempio il veterinario per un parto cesareo).
Ma può salire anche chi va ad acquistare un certo quantitativo di formaggio: il turista di passaggio prende al massimo una fetta, una porzione di ricotta, una forma piccola di pochi etti. Quindi tutto il resto o lo porta via lo stesso allevatore con dei mezzi o viene a prenderlo chi arriva in auto.
La poesia e il romanticismo ci sono, in alpeggio: li troviamo nella lenta fila delle vacche che rientra in stalla a passo cadenzato, facendo risuonare le campane, mentre le ultime luci del giorno lasciano il posto al crepuscolo.
Esplodono con i primi raggi di sole che inondano una conca colorata da fioriture multicolori, dove le bovine pascolano placide.
Hanno un futuro nello sguardo ridente di un bambinetto biondo che va al pascolo seguendo il papà, anche lui con i suoi minuscoli scarponi e il bastone ricurvo fatto su misura.
Però c’è anche la cruda realtà: questo è un luogo di lavoro, di duro lavoro. Ci si alza prima dell’alba per mungere e, spesso, si va a letto a tarda sera. Oppure si trascorre l’intera giornata al pascolo seguendo un gregge di pecore o di capre, con qualsiasi condizione atmosferica: pioggia, nebbia, vento, tormenta, sole implacabile.
Il turista, quello che si lamenta per la strada, spesso arriva solo nel mese di agosto, esclusivamente con il bel tempo. Sicuramente non acquista una forma da dieci chili di formaggio per portarla a valle. Si emoziona quando incrocia un asino o un mulo che salgono o scendono per il ripido sentiero carichi di materiale e attrezzature: scatta qualche foto, felice di aver immortalato una scena “senza tempo”. Anche a me piace cogliere un attimo del genere, ma quella vita l’ho fatta anch’io, sia in un alpeggio “antico”, poco più di un ricovero precario, sia in una baita spartana, servita da una strada sterrata percorribile solo con un buon fuoristrada. 
Solo chi c’è nato continua a salire su certe montagne (così gli allevatori chiamano gli alpeggi, la “montagna” non è la vetta, ma tutto ciò che può essere pascolato dagli animali), grazie a un misto di sentimenti e di passione che li porta a perseverare nonostante tutte le difficoltà e le fatiche. Non di rado sono uomini, soli, senza famiglia. Ne ho conosciuti, di personaggi così.
Altri invece mi hanno detto che, se non avessero aperto la strada, non sarebbero saliti su quell’alpeggio: perché la strada ti consente di scendere abbastanza rapidamente per andare ad assolvere agli obblighi burocratici, ti permette di andare in fondovalle a fare il fieno, bagnare il mais o svolgere qualche altra mansione necessaria per le attività aziendali.
Fateci caso, durante le vostre escursioni in montagna: spesso, dove manca la strada, si vedono baite in rovina. Gli animali al pascolo, se ci sono, non di rado sono lasciati da soli, in recinti dove possono pascolare a piacimento. Non troveremo formaggi, lì. Non troveremo paioli di rame luccicanti che asciugano al sole e nemmeno i teli bianchi usati per raccogliere la cagliata stesi ad asciugare nel vento.
Dopo quello che vi ho raccontato, cosa vedete nella vostra mente se vi dico alpeggio? Cosa preferite, una lunga strada con una serpentina di curve che si inerpicano in quota, o una baita con le finestre chiuse, il comignolo muto, il vento che sibila tra le travi del tetto come unico rumore?

Con Pentagora, Marzia Verona ha pubblicato il romanzo Il canto della fontana