di Claudio A. Testi

È stato davvero duro e impegnativo arrivare al termine di questo libro, che narra della terribile vicenda dello sterminio per fame voluto da Stalin di milioni di ucraini (dai sette ai dieci milioni) negli anni ‘30. L’autore, candidato per due volte al Nobel, ha vissuto in prima persona la vicenda e con questo testo ha lo straordinario merito letterario di riuscire a descrivere in maniera coinvolgente e sconvolgente cosa voglia dire essere affamati e morire per mancanza di cibo. È questa la magia della grande letteratura: farti capire tramite lo scritto qualcosa che non ha a che fare con lo scritto. Come Suskind è riuscito a farci fare l’esperienza del profumo tramite la parola, così leggendo Barka si sente davvero la fame pur non essendo noi affamati. Il volume si incentra sulle vicende di una singola famiglia, ma arriva ad avere un respiro universale. Alcune scene infatti non potranno non colpire lo stomaco del lettore e restare fisse nella sua anima per lungo tempo, forse per sempre: la ricerca disperata di radici e insetti, la morte lenta dei famigliari, l’abbattimento dei contadini che provano ad andare verso il mulino, sono gli episodi che più mi hanno sconvolto e coinvolto. Ma non voglio qui descrivere oltre, volendovi piuttosto invitare a spendere qualche ora in questa lettura, che con lungimiranza Massimo Angelini ha fatto tradurre per la prima volta in italiano.

Il principe giallo, di Vasyl’ Barka